“A PICCOLI PASSI” Capitolo X

                                                                                                                       by aquarius
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  CAPITOLO 10

Un’altra notte insonne passata tra i ricordi a guardare il soffitto.

Erano trascorsi alcuni giorni e sebbene Tom le avesse chiesto il numero di telefono, non l’aveva ancora chiamata e chissà se l’avrebbe mai fatto.

Dopotutto era stato chiaro: fra di loro nessun vincolo quindi era inutile avere delle aspettative.

Non sapeva praticamente nulla della sua vita, di cosa facesse durante le sue giornate, dei suoi impegni se si vedesse o meno con qualche altra ragazza…tuttavia non era pentita.

Lo aveva amato, si era data a lui solo per amore, non aveva nulla di cui rimproverarsi ma allora perchè si sentiva così infelice?

Perchè sentiva così tanto la sua mancanza? Per ciò che le aveva detto avrebbe dovuto odiarlo ma per quanto si sforzasse proprio non ci riusciva.

E se l’avesse rivisto, cosa avrebbe fatto? avrebbe avuto la forza di dirgli di no?

Maledizione, se chiudeva gli occhi riusciva ancora a sentire il suo profumo tra le lenzuola.

 

Controvoglia si alzò dal letto, si preparò un tè e guardò l’orologio.

Doveva sbrigarsi, la macchina era ancora dal meccanico e così doveva prendere il tram per raggiungere l’UKE.

Si infilò sotto la doccia, ma quando provò a chiudere l’acqua, si ritrovò il rubinetto in mano e l’acqua che schizzava ovunque.

Uscì velocemente dalla doccia, si infilò l’accappatoio e provò in qualche modo a sistemare il rubinetto.

Ciò che ottenne fu un bagno completamente allagato e lei più fradicia di prima.

Sconsolata si accasciò sul pavimento e con aria contrita guardava il disastro senza avere nè la voglia, nè la forza di reagire.

Aveva solo voglia di piangere, di restare lì immobile e rimurginare sulle cose che le stavano accadendo.

Poi però, scosse il capo;

no, non era da lei lasciarsi abbattere a quel modo.

Si alzò in piedi e tutta gocciolante andò in cucina e chiuse il rubinetto centrale. Raccolse quanti più teli possibili e li stese sul pavimento del bagno, asciugò in fretta tutta l’acqua e poi andò a prepararsi.

A lavoro le cose non andarono meglio.

Fu un continuo via-vai di emergenze e di ricoveri: sembrava che tutti facessero a gara per sentirsi male o ferirsi proprio quella mattina.

Prima arrivò un ragazzo con un trauma cranico per una caduta, poi un operaio con una ferita aperta che necessitava dei punti di sutura e poi ancora un bambino che si era ustionato con del liquido bollente…..non ebbe neanche il tempo di sedersi due minuti e riprendere fiato ma, dopotutto era meglio così.

Dedicarsi agli altri non le permetteva di pensare ai suoi problemi e soprattutto di pensare a Tom.

Faticosamente era giunta alla fine del turno.

Mentre aspettava il tram che la riportasse a casa prese il cellulare e chiamò Marco; quel rubinetto doveva essere sistemato in fretta e suo cugino era sempre pronto a darle una mano.

“Pronto, zia Betta? Ciao sono Monica, come va ?”;

“Uh Monica, da quanto tempo! Sto bene e tu?”;
“Anch’io. Ascolta zia Marco è in casa?”;
“Sì sì, aspetta che te lo chiamo….Marco, Marco c’è Monica a telefono; arriva, mi raccomando fatti vedere ogni tanto eh? ciao bella”;

“Pronto Monica, che ti è successo stavolta?”;
“Perchè mi dici così?”;
“perchè di solito mi chiami solo se hai dei problemi; allora che ti è capitato?”;
“quella casa è un’autentica catapecchia! si è rotto il rubinetto della doccia e non so come fare; non è che verresti domani pomeriggio, magari verso le 4.00 ad aggiustarmelo?”;
“e..perchè proprio alle 4?”;
“Così mi dai uno strappo all’ospedale…..sono anche senza macchina”;
“Ah Monica…….sempre incasinata! E va bene ci vediamo domani alle 4.00”:
“Grazie, grazie grazie te l’ho mai detto che sei il mio cugino preferito?”;
“Sì, tutte le volte che ti tolgo dai guai”;


Marco fu puntualissimo; sistemò il rubinetto e ripristinò l’acqua.

Andò in cucina e  trovò Monica che stava bagnando le primule sul davanzale della cucina.

 Marco si avvicinò a lei e si affacciò alla finestra:  “Sarà pure una catapecchia ma, la vista è stupenda e poi sei a due passi dal centro”.
Marco era un ragazzo bellissimo: alto, capelli neri, occhi verdi fisico asciutto e sportivo.

Da ragazzini spesso li scambiavano per fratelli perchè erano sempre insieme e poichè era molto carino, tutte le amiche di Monica facevano a gara per invitarlo alle feste e ad uscire con lui.

Klaudia ne era innamorata e forse anche Marco provava qualcosa per lei ma Monica non aveva mai voluto intromettersi.

“E’ per questo che l’ho affittato; un pò per rendermi indipendente dai miei e poi perchè così sono più vicina all’ospedale”;
“Dai! Zio Carlo e zia Marisa non sono poi così insopportabili”;
“parli così solo perchè non vivi con loro. Anche adesso quando li sento cominciano con la solita lagna: hai mangiato? stai studiando? a lavoro ti comporti bene? ricordati che sei una signorina bene educata  e così via. A casa era quasi impossibile respirare!”:
“Comunque questo è proprio un bel posticino e tu sei sempre una signorina bene educata”.

Monica  si avvicinò a suo cugino; con lo sguardo triste gli appoggiò la testa sulla spalla e lo abbracciò forte.

” Hey! Dì un pò, da dove viene tutta questa tristezza? E’ successo qualcosa?”; 

ma Monica cambiò subito discorso:”Uh, è tardissimo! dobbiamo scappare” e poco dopo uscirono di casa.

Marco salì sulla moto che aveva parcheggiato lì vicino e porse un casco a Monica che nel frattempo si stava chiudendo bene il giubotto.

Si allacciò con cura il casco e poi salì in moto reggendosi forte a suo cugino.

Percorsero il breve tratto di strada e raggiunsero l’ingresso dell’UKE.

Monica scese dalla moto, si tolse il casco e scrollò leggermente la testa per sistemare un pò la massa folta di riccioli.

Porse il casco a Marco, lo abbracciò forte e lo baciò sulla guancia.

Sorrideva felice, con suo cugino si divertiva sempre e poi le piaceva tantissimo andare in moto.

Camminò lungo il marciapiedi e raggiunse le strisce pedonali; attraversò la strada e si fermò proprio davanti all’ingresso per prendere il tesserino magnetico dalla borsa.

“Chi era quel tipo?”;

“Prego?” chiese Monica senza prestare attenzione al suo interlocutore.

“Chi era quel tipo?”; il tono della voce di Tom era fin troppo sarcastico.

Monica sollevò la testa e lo guardò dritto negli occhi.

“Vi ho visti a casa tua mentre lo abbracciavi ed ora assisto a questa bella scenetta! Patetico“.

 “Come ti permetti! non hai il diritto di parlarmi così. Solo perchè tu non hai rispetto per i sentimenti degli altri credi che anch’io sia come te? Beh ti sbagli di grosso!“;
“Ma…”.

 Monica era furente: lo piantò lì su due piedi mentre bofonchiava improperi di ogni genere e, con passo spedito, entrò in ospedale.

“Ma tu guarda che tipo!” continuava a ripetere mentre negli spogliatoi indossava la sua uniforme e si legava i capelli.

“Non si fa vedere per giorni, non fa una telefonata per sapere se sono viva o morta e si permette anche di fare delle insinuazioni!” pensava sempre più arrabbiata;

“….e poi non aveva detto niente vincoli? ognuno ha la propria vita, bla bla bla tutte belle parole per non avere legami e allora che ci faceva sotto casa mia? e perchè mi ha seguita fin qui?”;

 ad un tratto, lasciò stare tutto quello che stava facendo, si sedette sulla panca e sospirò rassegnata: ma chi voleva prendere in giro.

Quando lo aveva rivisto il cuore aveva ripreso a battere e i polmoni sembravano ricevere ossigeno dopo aver trattenuto a lungo il respiro. Si era sentita di nuovo viva!

Era immensamente felice; avrebbe voluto stringerlo forte e coprirlo di baci.

“Sono una stupida! Stupida ed innamorata di un uomo che gioca con i miei sentimenti e che prima o poi mi spezzerà il cuore!”. rifletteva amara.

Detestava sentirsi in quel modo: da un lato c’era ciò che provava per lui e dall’altra una marea di ragionevoli dubbi sul portare avanti una storia simile.

Lo amava immensamente ma, sarebbe riuscita ad accontentarsi delle briciole che gli offriva?

Sarebbe riuscita ad accettare questo dolorosissimo compromesso? E se ci fosse riuscita, fino a quando Tom sarebbe stato parte della sua vita?

Era un gioco troppo pericoloso; un sogno impossibile e al risveglio non ci sarebbe stato il lieto fine.

Quanto di sè stessa era disposta a rischiare in tutta questa storia?

In fondo al suo cuore conosceva già la risposta: tutto!

Era questa la verità.

Tutto; qualunque fosse il prezzo da pagare.

Era un’illusa? Forse ma, era convinta che a piccoli passi, anche lui avrebbe potuto amarla.

Con questi assurdi quanto improbabili pensieri si dedicò al lavoro.

Il turno di notte era sempre molto faticoso ma, era pervasa da una grande energia.

 

Alle 6.30 era alla fermata ad aspettare il tram che la riconducesse a casa.

Per fortuna nel pomeriggio il meccanico le avrebbe riconsegnato l’auto e così  sarebbe stata di nuovo indipendente.

L’aria del mattino era ancora piuttosto pungente: si strinse il giubotto intorno al collo; era stanca e infreddolita e non vedeva l’ora di ritornare a casa, infilarsi sotto la doccia e farsi una bella dormita.

 

Il campanello suonava fastidiosamente.

Monica lo percepiva come il ronzio di un insetto: non aveva alcuna voglia di alzarsi per andare ad aprire.

“Che suoni; prima o poi si stancheranno “; pensò prima di voltarsi dall’altro lato e richiudere gli occhi.

Ma il campanello continuava a suonare sempre più insistente e sempre più fastidioso.

” E va bene, ho capito! adesso arrivo” disse ad alta voce.

Scostò le coperte e stizzita, si alzò dal letto; si infilò la vestaglia di seta nera ed andò ad aprire.

“Sta andando a fuoco il palazzo?” chiese con aria insolente con gli occhi semi chiusi e sbadigliando.

“Buongiorno, ti ho svegliata per caso?”;

Quella voce la fece sobbalzare e il cuore mancò qualche battito per la sorpresa.

Era ancora mezza addormentata ma nonostante gli occhiali scuri, il solito cappellaccio e il cappuccio della giacca tirato sulla testa lo riconobbe immediatamente.

Tom allontanò gli occhiali da sole e le diede un’occhiata eloquente.

La vestaglia era piuttosto succinta e metteva in mostra le sue belle gambe lunghe.

“Sei splendida!”;

 il complimento la fece arrossire ma si sforzò di sembrare fredda e distaccata.

“Che ci fai da queste parti?”;

“Mi fai entrare o dobbiamo restare sulla porta?”;
“Prego” e si scostò da un lato per permettergli di entrare.

Chiuse la porta.

Era scalza e con quasi niente addosso, si sentiva in imbarazzo ma non le importò molto.

Percorse il breve corridoio e si diresse in cucina.

Prese il bollitore, come d’abitudine, ed iniziò a preparare il tè.

” Ne offriresti una tazza anche a me?” disse Tom con un tono mieloso nella voce e con un sorrisino imbarazzato.

Chissà perchè non era più così arrogante e sicuro di sè.

“Ancora non mi hai detto che cosa sei venuto a fare qui” la voce di Monica era dura e determinata.

“Mmm di cattivo umore eh?”;

“Tom ho fatto il turno di notte; sono troppo stanca ed arrabbiata per essere gentile. Allora mi rispondi o no?”;

“Va bene, d’accordo; ecco…… avevo voglia di vederti tutto qui”.

“Mi hai vista anche ieri se è per questo; potevi risparmiarti la fatica di venire fin qui!”;

“Volevo anche dirti che forse ieri ho un tantino esagerato e che non avevo il diritto di fare domande”.

“Hai ragione, non ne hai il diritto. Le regole tra di noi le hai stabilite tu ed io non ti devo nessuna spiegazione di quello che faccio o di chi vedo nell’assurda speranza di rivederti!”;

“Ahh… allora speravi di rivedermi; bene, perchè vedi…ero venuto a dirti anche un’altra cosa”;
“Cosa?”;
“Che quando ti arrabbi sei ancora più bella e irresistibile; nessuna donna mi ha mai  piantato in asso per ben due volte!”.

Il cuore di Monica batteva impazzito; era difficile restare impassibili di fronte a quel sorriso e a quello sguardo così così…….oh maledizione! Era di nuovo nella sua trappola.

Il fischio del bollitore la destò bruscamente.

Si voltò e spense il fornello. Aprì la credenza alzandosi in punta di piedi ed allungandosi più che poteva per raggiungere la confezione del tè che era riposta in uno scaffale piuttosto in alto.

Tom vedendola arrancare la raggiunse; ora era dietro di lei: Monica ne percepiva nitidamente il profumo e il calore del suo corpo.

Tom allungò la mano, prese la confezione del tè e la appoggiò sul ripiano.

Poi, lentamente, le scostò i capelli da un lato e la baciò sul collo.

Monica chiuse gli occhi e trattenne il respiro mentre le sue mani le stringevano i fianchi.

A che serviva lottare se il suo cuore, la sua anima e il suo corpo gli appartenevano completamente? Era sua, irrimediabilmente sua, disperatamente sua.

 

                                                                                                ………………………..continua

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3 commenti su ““A PICCOLI PASSI” Capitolo X

  1. o.O Waaaaaaa *-* Che dolce! Bravissimissima frà =DCiao,sisi tutto bene,tra sei giorni parto…=( volevo rimanere quì con i miei amici e poi magari fare un salto a catania 😀 Spero che vada tutto bene per sabato,frà,te lo meriti proprio!Bacì =*

  2. ehi fràà!!.. bellissimo questo capitolo! *-* Mmh.. e così ti sei bloccata eh?.. vedrai che ti sbloccherai.. xD.. comunque, oggi sono stata al mare e finalmente ho un minimo di abbronzatura addosso xDresterò qui fino a domenica e spero davvero di rilassarmi… ^^ adesso vado, e non ringrazirmi per i commenti.. ^^un bacione!

  3. Waaaaaaaaaaa oddio stupendo! Mi piace mi piace mi piace!!!! ^^Bellissimo, sono curiosa di leggere il seguito! Corro!!!! *hero*Macky

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