“NON DIRMI MAI TI AMO” Capitolo XV

                                                                                                         by aquarius

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CAPITOLO XV

Il sonno fu agitato e scosso dai singhiozzi.

Ripercorse, a grandi linee tutto ciò che accadde dopo la separazione da Bill.

Come dei flash, rivide il tragitto in macchina piangendo a dirotto, la strada buia, il cuore a pezzi;

l’arrivo nel cuore della notte a casa di Sabine, il volto devastato dal pianto; Sabine che la confortava e le chiedeva di smettere di piangere; la camomilla lasciata a metà e lei addormentata sul divano mentre Sabine non la perdeva d’occhio un attimo.

Il risveglio e le facce sorridenti di Ursula e Ingrid che la rincuoravano; Sabine che la riaccompagnava a casa e Kelly che abbaiava; la malinconia, la solitudine della sua casa; le cose di Bill sparse in giro; l’attesa spasmodica di una telefonata; il cuore in subbuglio per ogni macchina che passava di là; la cassetta della posta vuota e nessun messaggio di posta elettronica.

Passò l’inverno e arrivò la primavera e Bill era sempre più lontano ma, non dal suo cuore.

Le speranze che cominciavano ad infrangersi; la consapevolezza dell’abbandono; il tentativo di ricominciare a vivere.

Gli amici che a turno passavano da casa sua per non farla sentire sola; il venerdì sera al ristorante ma, quando la quotidianità lasciava il posto al silenzio e al senso di vuoto dei fine settimana, immancabilmente ritornavano i fiumi di lacrime; la non rassegnazione; il non voler accettare la fine di quell’amore.

Rivide la partenza per l’Italia;la breve vacanza che avrebbe dovuto distrarla; le facce preoccupate di mamma e papà; il desiderio di vederla felice; i consigli affettuosi.

Arrivò anche l’estate e con essa la spensieratezza e una parvenza di serenità: una finta normalità che interpretava tutte le volte che stava con i suoi amici; il cuore che continuava a cercare nei volti dei passanti, il volto di Bill….

E poi, all’improvviso Hagen, le sue parole, un bacio rubato una mattina, verso la fine di luglio, a casa sua.

Le braccia di lui, strette intorno alle sue spalle; I suoi grandi occhi azzurri che la fissavano.

“Non puoi gettare al vento la tua vita per uno che non ti merita. Sono stanco di vederti soffrire, mi si spezza il cuore. Non ce la faccio più a vedere i tuoi occhi segnati dalle lacrime e dalle troppe notti insonni. Dov’è finita la ragazza sorridente e allegra?  Quella sera ti ho detto che tu eri la mia felicità, ed è ancora così.

Io ti amo ancora, più della mia stessa vita.

Permettimi di starti vicina” mentre lentamente avvicinò le labbra alle sue e gliele sfiorò appena; “Ti prego, non respingermi….” i suoi baci erano teneri e delicati; quanto calore in quell’abbraccio, quanto conforto, quanto amore traspariva da quelle semplici parole dette col cuore…….

Il suono del telefono la svegliò bruscamente.

A tentoni lo afferrò sul comodino e rispose con la voce ancora assonnata.

“Pronto?”;
“Pronto tesoro  ma, ti ho svegliata?!”;
“Hagen?  Che ore sono?”;
“E’ quasi mezzogiorno…. stai bene?”;
“No; in effetti non mi sento bene…credo di avere l’influenza” mentì spudoratamente.

“Mi dispiace; vuoi che passi da te? Hai bisogno di qualcosa?”;
“No, no Hagen; non preoccuparti, sei sempre così premuroso. Adesso prendo un’aspirina e mi rimetto a dormire; fra un paio d’ore dovrei stare meglio”;
“Lo sai che oggi lavoro ma, se hai bisogno, mollo tutto e arrivo”;
“lo so, so che lo faresti ma, credimi non è necessario. In questo momento il tuo progetto è molto più importante. Ci sentiamo più tardi, d’accordo?”;
“Ok, a più tardi allora”.

Riagganciò il telefono e si strinse la testa fra le mani.

Le tempie le pulsavano e aveva la nausea: era il peggior mal di testa degli ultimi mesi.

Si alzò dal letto e aprì l’armadio per cercare le sue pastiglie.

Spostò un  pò di cose e alla fine le trovò ma, nel prenderle, l’occhio le cadde su qualcosa che aveva dimenticato: un cd.

Non sapeva bene neanche lei perchè l’aveva comprato ma, non aveva avuto il coraggio di ascoltarlo.

Scese al piano di sotto e andò in cucina a prendere un bicchier d’acqua.

Ingoiò le pastiglie e con ancora il cd in mano, si interrogava se fosse il caso oppure no di aprirlo.

Alla fine strappò il celophane e lo inserì nel lettore.

La musica risuonava forte e la voce di Bill era a volte graffiante, a volte dolce ma sicuramente più matura.

Lasciò scorrere tutte le tracce poi, all’improvviso, in una delle canzoni, le parve di riconoscere le liriche.

Le aveva già sentite o forse le aveva viste da qualche parte….ma dove?

Corse di sopra e cominciò a rovistare nell’armadio.

Spostò un pò di scatole e ne tirò fuori delle altre ma, alla fine trovò quello che stava cercando.

Era una scatola di cartone bianco ricoperta di minuscole mongolfiere blu.

Si sedette sul letto.

La fissava con un pò di timore, era incerta se aprirla oppure no.

Tirò un grosso respiro e, con mano insicura sollevò il coperchio.

Conosceva bene il contenuto di quella scatola: erano tutte le cose che Bill aveva lasciato a casa sua e che lei aveva riposto con cura, piccoli frammenti di un passato che non sarebbe più tornato.

La sua maglietta preferita, lo spazzolino da denti, il suo accappatoio, un anello d’argento a forma di teschio, una cintura, un polsino e poi pezzi di spartito e tantissimi foglietti che aveva trovato in giro qua e là e sui quali aveva annotato pensieri, versi e strofe di canzoni alle quali stava lavorando.

Le capitò tra le mani un foglietto…..era beige e su un lato c’era stampato un piccolo fiore blu.

Proveniva dal blocchetto che teneva accanto al telefono.

Ecco le parole di quella canzone……..Bill le aveva scritte lì a casa sua, ed erano parole cariche di sentimento e di emozioni.

Prese quel foglio e se lo strinse al petto, poi scosse la testa e ripose tutto nella scatola, mettendo le cose alla rinfusa e sistemandola in un punto poco visibile, in fondo all’armadio.

Più stava lontana dai ricordi e meglio era per lei; si era già fatta del male abbastanza e soffrire ancora non l’avrebbe portata da nessuna parte.

Lentamente il mal di testa si calmò e così andò a farsi una lunga doccia.

Dopo quella notte, fu un toccasana.

Indossò un maglioncino bianco con una profonda scollatura a v  che esaltava il suo colorito abbronzato ed un paio di jeans.

Lasciò i capelli sciolti e si truccò appena.

Indossò un paio di orecchini lunghi ed un braccialetto con lo stesso motivo degli orecchini.

Accese il fuoco nel camino e poi tirò fuori dei documenti dalla sua borsa e si sedette sul divano per dargli un’occhiata.

Il suono del campanello la colse di sorpresa.

Non aspettava visite ma forse Hagen aveva deciso di passare comunque e controllare che stesse bene.

Questo era uno dei motivi per cui si era tanto affezionata a lui.

Aprì la porta sorridendo: “Ciao Hagen, lo sapevo che….” ma le parole le morirono in gola non appena si accorse di chi aveva davanti.

” E chi sarebbe questo Hagen?” gli occhi di Bill erano fissi su di lei, il suo sorriso così dolce e un pò imbronciato; senza nessun preavviso il cuore iniziò a batterle forte nel petto e il suo respiro divenne corto e affannoso. Sembrava che ai suoi polmoni non bastasse l’ossigeno che respirava e ne chiedessero sempre di più.

Kelly corse alla porta abbaiando forte e scodinzolando; saltò addosso a Bill e lo fece cadere all’indietro.

La cagnetta era incredibilmente felice e lo dimostrava continuando a leccargli il viso, impedendogli di rialzarsi.

“Kelly! Ma quanto sei cresciuta, sei bellissima!”.

Rivedere Bill  e Kelly così felici le strinse il cuore in una morsa……sembrava essere tornati indietro nel tempo.

Scosse la testa; con voce ferma ordinò alla cagnetta di mettersi seduta e lei, obbedì all’istante.

Dissimulando la nostalgia e la sorpresa e controllando il tono della voce disse:”Beh, adesso pesa quasi 30 kg….in effetti è cresciuta molto dall’ultima volta che l’hai vista”.
Bill si rialzò in piedi ma continuava ad accarezzare la cagnetta.

Lisa era tesa come una corda di violino, non sapeva che dire.

“Che-che bella sorpresa….che ci fai da queste parti?” forse era banale ma era l’unica cosa che le era venuta in mente.

“Sono passato a restituirti questi” e gli porse i suoi guanti.

“Oh! Non-non… mi ero neanche accorta di averli persi”;
“sono molto belli e pensavo che ti facesse piacere riaverli…”;
“grazie, sei stato molto gentile” ma nel riprendere i guanti le loro mani si sfiorarono per un istante e quel lieve, semplicissimo contatto la fece trasalire e il suo cuore iniziò a battere più forte di prima.

Bill continuava a fissarla e quello sguardo profondo e indagatore la faceva sentire a disagio e le guance le si imporporarono.

“Vuoi accomodarti?”;
“Grazie, qui fuori si gela”;
Si spostò da un lato e lo fece entrare.

Mentre Bill si toglieva il cappotto, lei richiuse la porta e si appoggiò con le spalle ad essa.

Aveva bisogno di calmarsi e di respirare un attimo.

Il suo profumo così intenso la turbò ancora di più.

Basta! doveva reagire, doveva fare qualcosa, non poteva comportarsi come una ragazzina.

Si schiarì la voce e con una sicurezza che non provava affatto disse:”Ti va un caffè? Stavo per prepararmene una tazza”;
“molto volentieri, lo sai che adoro il tuo caffè. Lo fai ancora così ristretto?”;
“E’ difficile perdere le vecchie abitudini” disse con un sorriso tirato.

“Prego, accomodati in salotto, ci metto un attimo”.

Muovere le gambe le costò un grande sforzo: tremavano per l’emozione e mentre percorse quei pochi passi fino alla cucina pensò che non avrebbero retto il suo peso.

“Hei! Hai cambiato arredamento? La vecchia signora Muller non ha badato a spese; ti ha cambiato anche la carta da parati” e scoppiò a ridere.

“Adesso la casa è mia. I miei genitori mi hanno dato una mano a comprarla e così l’ho sistemata” rispose dalla cucina.
“In effetti, si vede che adesso c’è la tua impronta” disse guardandosi intorno.

Il vecchio divano era stato sostituito da un elegante salotto in pelle chiara e alcuni cuscini neri e arancioni davano un allegro tocco di colore.

Sul pavimento vi era un bel tappeto nero e la vecchia carta da parati era stata sostituita con un tocco di vernice bianca.

Lisa era  intenta a prendere le tazzine e la zuccheriera dalla credenza.

Com’era strano rivedere Bill in quella casa, sembrava che il tempo si fosse fermato a un anno fa, era tutto così irreale…..

“Anche la cucina è cambiata”; la voce di Bill alle sue spalle la fece sobbalzare e voltandosi di scatto finì per cadergli rovinosamente addosso.

Bill fu molto veloce, con un braccio l’afferrò per la vita e con l’altra mano trattenne il vassoio.

Occhi negli occhi, i volti vicinissimi, il respiro corto, le labbra dischiuse, le mani sui suoi fianchi…..un brivido le corse lungo la schiena: era tra le sue braccia ancora una volta e, ancora una volta persa nel mare sconfinato dei suoi occhi.

                                                                                     ………………..continua

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