“Un Magnifico Disastro”. Capitolo XXIV

In Loving Memory of
Francesca Zizi
(Amiche per sempre)
 
 

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CAPITOLO XXIV

Il vento gelido soffiava con irruenza.

Foglie gialle trasportate lontano, strappate con forza dai rami ormai spogli di un bosco che non riconosceva.

I colori dell’autunno, il rosso, il giallo ora, l’ocra si infrangevano contro un cielo grigio e minaccioso.

Monica camminava lungo un sentiero sconosciuto. Guardava i suoi passi lungo un viottolo di ghiaia che si perdeva tra gli alberi ed i cespugli.

Faceva tanto freddo, si strinse nel cardigan di lana grigio mentre, lentamente continuava a camminare lungo quel sentiero solitario.

“Monica….” la voce di Tom sembrava provenire dalle sue spalle.

Si voltò di scatto ma non vide nessuno.

Continuò il suo cammino e ad un tratto sentì di nuovo quella voce.

“Monica….”.

Sembrava un sussurro, quasi un bisbiglio nel vento.

Le sembrava di impazzire.

“Toooom!” lo chiamò a gran voce ma di lui nessuna traccia.

“Dove ti sei nascosto Tom?; Vuoi farmi uno scherzo eh?”;

All’improvviso si sentì afferrare per i fianchi e stringere forte.

Quel profumo….lo avrebbe riconosciuto fra mille.

“Sono qui”;  le sorrideva teneramente e la guardava come se la vedesse per la prima volta.

Monica lo abbracciò forte affondando il viso sul suo petto.

“Allora non te ne sei andato… sei qui, con me….ancora insieme a me” sollevò lo sguardo ma lui aveva smesso di sorridere.

Si sciolse dal suo abbraccio mentre lei lo tratteneva saldamente per un lembo della felpa.

“Tom….dove stai andando?”ma lui non rispose; si voltò di spalle e cominciò a percorrere il sentiero nella direzione opposta a quello che lei stava percorrendo.

“Tom, non lasciarmi qui da sola”.

Lo scenario cambiò repentinamente.

Il buio la circondava ed una fitta nebbia saliva tra gli alberi e lui era sempre più lontano.

“Ho paura Tom, non andartene…non lasciarmi qui da sola ti prego”.

Sembrava che lui non sentisse più la sua voce.

Monica cominciò a corrergli incontro ma più tentava di avvicinarsi a lui e più sentiva le gambe pesanti. Non riusciva a raggiungerlo, era sempre più lontano.

“Tom, aspettami per favore! Tom ho paura…ti prego” ma ormai lui era solo un puntino lontano.

“Tom….”

si svegliò di scatto con il cuore che le batteva forte nel petto e quella sensazione di paura ancora così viva, così presente; con i respiri ancora accelerati e le lacrime sul viso.

Si guardò intorno con l’aria smarrita, non riconoscendo quel luogo e con ancora bene impressa sulla pelle quella dolorosa sensazione di abbandono.

Nel giro di pochi istanti si ricordò di ciò che era successo.

Si mise seduta stringendosi la testa fra le mani.

Sentiva pulsare violentemente la testa e avvertiva una fortissima nausea: aveva uno dei suoi attacchi di emicrania.

Aveva pianto così tanto per quella separazione ed ora ne pagava le conseguenze ma, ciònonostante, le lacrime non volevano saperne di smettere  di venire giù.

Era solo un sogno ma era bello poter sentire ancora il suo abbraccio…

Doveva smetterla, altrimenti non avrebbe mai trovato la forza di reagire e tornare a casa sarebbe stato molto più difficile.

Sollevò la testa, tirò su col naso mentre col dorso della mano si asciugò il viso. 

Si voltò appena, c’era ancora la tv accesa e Chris seduto sull’altro divano: la testa abbandonata su un cuscino, le braccia conserte sul petto e le gambe accavallate.

 Dormiva profondamente.

 Si era addormentato su quel divano, non aveva voluto lasciarla sola.

Sorrise con tenerezza guardando l’espressione un pò buffa del suo viso ma gli era immensamente grata per non averla lasciata da sola, per essersi preso cura di lei.

Per la prima volta, lo vide sotto una luce diversa.

Quanto amore le aveva donato senza pretendere niente in cambio?

Lei era disperata per un altro e lui, nonostante tutto, aveva saputo comprenderla, confortarla….si era preoccupato per lei tanto da non volerla lasciare da sola nemmeno mentre dormiva.

Il riposo per Chris era assolutamente indispensabile:  sarebbe stato occupato tutto il giorno in sala operatoria.

Era un uomo eccezionale…se solo avesse potuto ricambiare i suoi sentimenti….sicuramente l’avrebbe resa felice.

Con quel pensiero che si aggirava rumorosamente per la testa, si alzò silenziosamente e raggiunse il bagno.

Si guardò velocemente allo specchio: aveva un aspetto orribile.

Gli occhi, rossi e gonfi, erano segnati da pesanti cerchi scuri; il volto pallido, le labbra esangue ed i capelli gonfi e crespi: sembrava uno zombi.

Si sciacquò il viso con l’acqua fredda cercando un pò di sollievo.

Chris, sentendo il rumore dell’acqua si svegliò.

Si guardò intorno ma Monica non era più sul divano accanto a lui poi si voltò verso il bagno e la vide.

 Si stava sfilando la sua maglietta bianca che lentamente scivolò sul pavimento rivelando la sua schiena liscia, le sue gambe slanciate e dei suoi capelli che lentamente, precipitavano lungo la  schiena. 

Chris aveva il cuore in gola per l’emozione… ma appena la vide muoversi, richiuse velocemente gli occhi.

Monica si avvicinò all’asiugatrice e prese i suoi abiti asciutti.

Si rivestì in fretta e quando finalmente fu pronta, prese le scarpe ma non le indossò.

Non voleva svegliare Chris che continuava a dormire sereno.

“Avrà freddo..” pensò fra sè.

Appoggiò le scarpe sul pavimento, afferrò il piumino e lo coprì delicatamente; cercò il telecomando della tv e la spense poi si avvicinò a lui e gli baciò teneramente una guancia.

Chris trasalì ma cercò in tutti i modi di restare calmo, di controllare l’impulso irrefrenabile di stringerla forte, di baciarla.

Si sforzò  di non farle capire che era sveglio e cosciente della sua vicinanza.

Quando si allontanò, fu quasi un dolore fisico.

Monica prese le scarpe e camminando in punta di piedi uscì chiudendo la porta senza fare rumore.

Chris  aprì gli occhi e, sospirando, seguì il rumore dei suoi tacchi giù per le scale.

 

 Tornare a casa quel mattino fu la cosa più difficile che avesse mai dovuto affrontare fino a quel momento.

Parcheggiò l’auto nel viale difronte casa.
Le luci dell’alba cominciavano ad infiammare di colori rossastri le facciate degli edifici; la pioggia dei giorni precedenti aveva finalmente regalato un pò di tregua.
Respirò profondamente mentre scendeva dall’auto e guardava l’ingresso del palazzo.
Strinse forte i pugni ed indurì la mascella ma poi si fece coraggio: si avvicinò all’ingresso ed aprì il portoncino.

Senza fermarsi salì le scale, quasi d icorsa e sempre velocemente aveva intenzione di aprire la porta di casa e di entrare. Sperava così di esorcizzare la paura.

 Già, la paura….la paura di rientrare e di trovarlo lì, magari addormentato nel suo letto o seduto sul divano che l’aspettava….
Che sciocca!
E anche se fosse?
….Forse non sarebbe stata più capace di mandarlo via;

…. forse lo avrebbe perdonato per l’ennesima volta;

…. forse gli avrebbe lanciato le braccia al collo e avrebbe dimenticato tutto.
Il cuore le batteva forte al solo pensiero man mano che si avvicinava alla porta di casa.
Stava per infilare la chiave nella toppa ma poi si fermò:
Che assurdità! Come poteva ancora essere lì ad aspettarla dopo quello che gli aveva detto.
Si appoggiò con le spalle al muro e chiuse gli occhi.
Aveva i respiri accelerati e il cuore che batteva impazzito mentre sentiva crescere l’angoscia.
Non poteva e non doveva tornare indietro: ormai aveva preso una decisione ed era inutile e controproducente pensare a lui.
Significava solo farsi  ancora del male.
Tom era un capitolo importante e significativo della sua vita e per sempre avrebbe avuto un posto speciale nel suo cuore.
 Non avrebbe amato mai più nessun altro come aveva amato lui;

con nessun altro sarebbe stata tanto felice;

nessun altro l’avrebbe fatta sentire viva ma ora bisognava farsene una ragione e tentare di andare avanti.
Doveva ripartire da zero e ricominciare a vivere….ma non ne aveva nessuna voglia; non c’era nessuna fretta.
Senza fermarsi a pensare oltre, infilò la chiave ed aprì la porta richiudendola velocemente alle sue spalle.
Rimase ferma qualche istante, al buio, ascoltando solo il martellare incessante del suo povero cuore e a respirare le ultime tracce del suo profumo.
Quanto faceva male! Era terribile sentire quell’odore e rendersi conto che, appena quelle ultime tracce si sarebbero dileguate, non avrebbe più sentito sulla sua pelle, nelle sue lenzuola, sulle sue labbra…
Trattenne saldamente le lacrime e provò a fare qualche passo.
Si avvicinò lentamente alla camera: il letto era intatto e tutto era al suo posto esattamente come aveva lasciato.
Forse non aveva portato via nulla, quello voleva dire che prima o poi sarebbe tornato.
Corse all’armadio e spalancò le ante: tutto era perfettamente in ordine, ma i suoi vestiti non c’erano più.
Come una pazza corse ad aprire i cassetti uno dopo l’altro senza trovare niente.
Sempre più affranta, corse in bagno: anche il suo spazzolino verde non c’era più.
Non c’era più nulla che appartenesse a lui.
Se n’era andato.
-Era quello che volevi no? Allora perchè sto così male?-
Giunse in cucina e si lasciò cadere pesantemente su una sedia.
Si guardò intorno come se fosse la prima volta che vedeva quel luogo: quel luogo che non era più quello di prima.
Sui fornelli c’era ancora il bollitore ormai freddo e sul ripiano le due tazze con le bustine del tè: era così desolante!
Realizzò che quella era stata l’ultima volta che avrebbe preparato il tè per entrambi:  Tom non avrebbe più bevuto da quella tazza.
 Le lacrime fino a quel momento trattenute cominciarono ad affiorare lentamente: si coprì il viso con entrambe le mani.
Era più dura di quel che pensava: come avrebbe fatto a dimenticarlo?
La suoneria del telefono la distolse da quei pensieri: si precipitò a rispondere.
“Pronto?”;
“Pronto Monica? Come stai?” la voce di Inge, la fece tornare bruscamente alla realtà;
“Ah, sei tu…”;
“Però! Che accoglienza! Gentile da parte tua”;
“Scusa è….è che pensavo fosse…. un’altra persona” ammise sincera;
“Tom?” azzadò l’amica ma Monica non rispose.
“Che è successo? Avete litigato?”;

“Magari!”;

“Perchè dici così? Che ha combinato stavolta?”;

Aspettò qualche istante poi rispose: “E’ finita Inge!”;

“Cosa?! Stai scherzando spero….”;

“No. Non sto scherzando”;

“Ma sarà solo un malinteso, vedrai. Sai com’è fatto prima sbaglia e poi torna  a chiederti scusa”;

“Non questa volta. Gli ho chiesto di andarsene e di portare via le sue cose da casa mia”.

“Non può essere vero…non ora che le cose sembravano andare finalmente bene tra di voi”.

“Già. E’ stata dura e….” ma il pianto la interruppe;

“Monica, mi dispiace tanto. Facciamo così, adesso vengo a casa tua e ne parliamo”;

” Ok”;

“fammi solo un piacere: smetti di piangere. Mi fa male  sentirti così”;

“Non ce la faccio Inge….non ci riesco”.

“Aspettami. Sto arrivando”.

Mentre chiudeva la conversazione si accorse di un post attaccato al frigorifero.

Si avvicinò e lo prese: era la calligrafia di Tom.

“Ho fatto ciò che mi hai chiesto ma non mi hai lasciato il tempo di spiegare.

Quando torni a casa, chiamami.

Forse sarai più serena e disposta ad ascoltarmi.

Tom”

Quelle righe furono una pugnalata in mezzo al petto.

Non lo avrebbe richiamato.

Forse adesso si sentiva a disagio, in colpa per quello che era successo ma, appena avrebbe ripreso ad essere il Tom Kaulitz di sempre, avrebbe sorriso al pensiero di aver scritto quelle parole.

Si dimenticherà di lei e forse le sarà anche grato per avergli restituito la sua libertà.

Afferrò quel biglietto e lo strappò in mille pezzi.

Da quel momento in poi, le loro strade si sarebbero separate e avrebbero camminato da soli lungo il sentiero della vita.

                                                                                                                                            …………continua

 

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