“La Stagione delle piogge”. Capitolo I

Ciao a tutti e benvenuti a questa nuova avventura insieme.

Ho immaginato questa storia mentre scrivevo “Un Magnifico Disastro”, è arrivata all’improvviso come un fulmine a ciel sereno.

E’ senza dubbio diversa dalle altre storie che ho scritto finora e ve ne renderete conto fin dalle prime righe, spero tanto che vi piaccia, dopotutto l’Amore non ha tempo e non ha età e tornerà a scaldare il cuore di un uomo che forse ha dimenticato cosa sia.

Direttamente da Londra ecco a voi il primo capitolo di:

 

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Capitolo I

Kora era seduta sul divano e sorseggiava lentamente una tazza di tè alla menta.

Sospirò pesantemente.

Si annoiava in quella casa enorme dove non c’era mai niente da fare.

Si voltò verso la finestra e notò che aveva ricominciato a piovere.

Si alzò e si diresse alla finestra: il cielo era completamente ricoperto da spesse nuvole grigie e la pioggia veniva giù fitta fitta picchiando rumorosamente contro i vetri.

Un fulmine la fece retrocedere di qualche passo e il fortissimo boato che ne seguì la fece rabbrividire.

Guardò l’elegante orologio da polso: erano le quattro e suo padre non era ancora arrivato.

Forse l’aereo aveva tardato o forse era rimasto imbottigliato nel solito caotico traffico di Amburgo.

Tornò a sedersi e lanciò una rapida occhiata ai libri sul  tavolino di cristallo.

Sbuffò facendo una smorfia.

Non aveva alcuna voglia di riprendere in mano quel noiosissimo libro di filosofia.

Non aveva voglia nemmeno di starsene seduta su quel freddo divano di pelle nera e tantomeno  ascoltare ancora il ticchettio di quel vecchio pendolo che scandiva con lentezza esasperante i secondi in quella casa così silenziosa.

Doveva fare qualcosa e subito altrimenti sarebbe morta di noia!

E pensare che doveva restare lì per altri tre mesi: lei, Hugo il cane di suo padre e Gertrude, la vecchia governante che si prendeva cura della casa e cucinava…..uno strazio!

Quella donna sembrava un fantasma:  aveva i capelli bianchissimi come la neve raccolti in un austero chignon, il passo felpato ed il suo incedere lento e cadenzato e quando, per necessità era costretta a rivolgerle la parola, lo faceva così sottovoce che quasi sembrava un sospiro proveniente dall’aldilà.

Un brivido le corse nuovamente lungo la schiena.

Ma come diavolo faceva a vivere lì suo padre? Lontano dal mondo civilizzato, immerso nei boschi e il primo centro abitato più vicino  che distava almeno 10 Km!

Se almeno ci fosse la nonna!

Con lei sì che ci si divertiva sempre.

Nonostante l’età e gli acciacchi sprigionava una vitalità incredibile ed era sempre pronta a raccontarle un aneddoto o una marechella che combinavano suo padre e suo zio quando erano ancora piccoli.

Era buffo vedere la faccia di suo padre quando la nonna raccontava in che razza di guai si cacciavano….

Mamma! Non è il caso di raccontarle certe cose! E’ ancora una bambina e potrebbero venirle strane idee in testa. Kora, non ascoltare la nonna. Io e lo zio eravamo degli scavezzacollo. Certe bravate non si fanno; intesi?-

poi lanciava un’occhiataccia alla madre e scuoteva la testa.

Che trasformazione…ora era un padre attento e premuroso e si sforzava di insegnarle le regole e le buone maniere proprio lui che, con tutte le sue forze, aveva lottato contro il conformismo della società ed i clichè!

Era troppo divertente.

 La nonna, fingeva di rammaricarsi, ma non appena suo padre usciva dalla stanza, continuava a raccontare e insieme si sbellicavano dalle risate.

La nonna era assolutamente fantastica e poi,  le aveva trasmesso la passione per l’arte.

 Le aveva insegnato a dipingere, a mescolare i colori quando era ancora una bambina.

Aveva intinto il pennello nella tempera rossa e poi glielo aveva messo in mano dicendole di lasciarsi guidare dall’istinto e dai sentimenti.

Secondo lei tutto è  colore: basta scoprire come la nostra anima li recepisce e li trasforma. Per la nonna la passione era il giallo, la malinconia l’arancione e la paura il blu.

Le aveva insegnato ad esprimere i suoi stati d’animo attraverso la pittura: aveva liberato la sua creatività e di questo gliene sarebbe stata grata per tutta la vita.

Si voltò a guardare la grande tela che era posta proprio sopra il camino.

Kora l’aveva dipinta per suo padre: rappresentava l’amore.

Schizzi di colori accesi che si alternavano a linee dalle tinte fosche e dove i colori prevalenti erano il blu elettrico e il rosso.

Un caro amico della nonna le aveva organizzato una piccola mostra delle sue opere: aveva una promettente carriera davanti a sè, se solo avesse dato al più presto quell’esame di maturità che era l’unico ostacolo ai suoi sogni!

Sua madre non aveva sentito ragioni e le aveva posto un veto: prima la scuola e poi tutto il resto.

Suo padre aveva appoggiato in pieno le decisioni di sua madre e a nulla era valso ricordargli che per seguire il suo sogno, lui aveva mollato la scuola quando aveva appena 15 anni.

Scosse la testa rassegnata: ormai mancava poco e poi finalmente sarebbe stata libera.

Guardò di nuovo l’orologio: erano passati solo pochi minuti.

All’improvviso vide la palla di Hugo e le venne un’idea.

La prese e si avvicinò lentamente:

“Hugo, Hei Hugo! Hai voglia di giocare?” ;

il pesante labrador se ne stava sdraiato sul tappeto davanti al camino e, al suono della sua voce sollevò appena la testa.

“Dai bello, vieni a giocare”; prese la pallina e gliela mise davanti al muso ma il cane non era affatto interessato.

“Su, forza pigrone! Dai, valla a prendere!” e la lanciò lungo il corridoio.

Il cane la guardò per un attimo poi, allargò le sue gosse fauci in un enorme e rumoroso sbadiglio e lasciò andare di nuovo la testa sul tappeto, tornando a dormire.

Kora lo guardò sbalordita: quel cane era quasi più pigro di suo padre!

Rassegnata, abbandonò l’idea di riprovarci così, cominciò a gironzolare per casa.

Su ogni parete vi era qualche riconoscimento o delle foto di suo padre.

Quanto era giovane!

E come era conciato! A guardarlo adesso non riusciva quasi a credere  che potesse indossare abiti pieni di paillettes e di piume o coprirsi il viso con quintali di trucco.

Ora, il massimo che si concedeva era un tocco di nero ai capelli, quando il bianco bussava alle soglie delle tempie o della fronte.

Quanti dischi d’oro e di platino!

Era il tempo sfolgorante dei successi, dei viaggi in giro per il mondo, del sogno americano…..suo padre aveva visto tutto quello che c’era da vedere in quel mondo e aveva rapito il cuore di migliaia di ragazze, adesso donne che avrebbero fatto qualsiasi cosa per un suo sorriso.

Col tempo le cose erano cambiate: prima lo zio Tom aveva aperto uno studio di registrazione tutto suo ed era rimasto a vivere negli Stati Uniti poi  Gustav aveva deciso di aprire una scuola di musica a Magdeburgo. Georg aveva aperto una catena di ristoranti ed infine era arrivata lei, all’improvviso e suo padre si era assunto le sue responsabilità sposando la mamma.

 La loro storia però, non avevano funzionato fin dal principio e così dopo pochi anni divorziarono e adesso lei era lì perchè sua madre stava per risposarsi….con Robert, il suo dentista.

Suo padre alla notizia  era rimasto completamente indifferente: la sua  unica preoccupazione era sua figlia e la sua felicità e se lei era contenta della scelta di sua madre e di vivere con lei e con il suo patrigno, lui non aveva niente da obiettare.

Era sicura che suo padre non fosse mai stato veramente innamorato della mamma: glielo leggeva negli occhi, nella sua presenza lontana, nei suoi atteggiamenti affettuosi ma distanti.

Kora, era convinta che suo padre avesse conosciuto il vero amore e che l’avesse perduto e da quel momento in poi, la sua vita  era divenuta solo grigia monotonia.

Tranne quando era con lei, ovviamente.

Era il papà più tenero ed affettuoso del mondo, a volte severo ma sicuramente comprensivo ed un gran chiacchierone.

La maggior parte dei bambini si addormenta ascoltando una favola presa da un libro qualunque; lei si addormentava con i racconti della vita di suo padre, dei suoi fantastici viaggi, delle cose meravigliose che i suoi occhi così caldi ed espressivi avevano catturato e custodito gelosamente nel suo cuore.

Mentre pensava a queste cose, si ritrovò a fissare la sua immagine nello specchio del piano superiore: gli stessi occhi caldi ed espressivi, gli stessi lineamenti delicati, le stesse labbra morbide.

 Si, gli assomigliava  molto tranne per il colore dei capelli. I suoi erano castani, tendenti al rosso e ricci, esattamente come quelli di sua madre.

D’istinto aprì la porta della camera di suo padre.

Sorrise pensando a quanto lo rappresentasse quella stanza: una enorme cabina armadio, ricoperta di specchi fumè; un morbido letto di pelle e lussuose lenzuola di seta color champagne che si contrapponevano con forza al piumino nero.

In un’altro angolo vi era una scrivania in cristallo fumè e acciaio ed una morbida poltroncina di pelle nera. Sulla scrivania vi era un computer costosissimo di ultima generazione e tutte le cose di suo padre, di cui era gelosissimo. Fin da bambina le aveva assolutamente proibito di toccare tutto quello che era sistemato su quella scrivania.

Kora osservò quegli oggetti con ossequioso rispetto, memore delle  numerose sgridate ricevute.

Alle pareti c’erano dei quadri che non possedevano un reale valore  ma  a suo padre piacevano moltissimo. Sul tavolino accanto al letto una sua foto di quando era bambina ed un’altra  scattata al suo sedicesimo compleanno.

Senza un perchè, avvertì una struggente malinconia: quella stanza, in effetti, trasmetteva la vera essenza della vita di suo padre, della sua profonda ed immotivata solitudine.

  Davanti alle enormi finestre che ricoprivano un’altra parete della camera, era sistemata una chaise long. Suo padre si sedeva spesso lì a contemplare  lo splendido panorama del giardino e andando più in là con lo sguardo, i boschi,  fino ai piedi della collina. Con un pò di dispiacere lanciò uno sguardo al tavolino: le solite bottiglie di liquore pregiato ed un bicchiere….

Le tornò in mente una scena a cui aveva assistito quando era ancora una bambina, nella casa in cui abitava con i suoi genitori.

 Era strano come il passare degli anni non avesse nemmeno lontanamente scalfito quel triste ricordo e il dolore provato allora era ancora così vivo, così pungentemente presente.

  Era già ora di andare a dormire e suo papà non si era visto: di solito entrava nella sua stanza, controllava che avesse spazzolato bene i denti e poi le raccontava una delle sue storie prima del bacio della buonanotte.

Si sdraiava accanto a lei e la teneva stretta stretta e lei adorava sentire il suo buon profumo che si mischiava all’odore del tabacco. Adorava la sua voce calda che scandiva lentamente le parole e quella sensazione di sentirsi al sicuro, protetta.

La mamma le aveva detto di lasciar perdere per quella sera e di andare a letto lo stesso ma lei non poteva e non voleva rinunciare all’abbraccio del suo papà.

Aveva finto di obbedire  e non appena la mamma uscì dalla sua camera, scese dal letto e, senza fare rumore, facendo attenzione a non farsi vedere da nessuno, aveva cominciato a cercarlo.

Andò nella camera da letto dei suoi genitori, era convinta di trovarlo lì, seduto sul letto a guardare la tv e invece la stanza era vuota. Richiuse la porta ma poi qualcosa attirò la sua attenzione.

Sentì la voce della mamma provenire dal salotto al piano inferiore  mentre parlava al telefono con qualcuno a bassa voce.  Scese piano alcuni gradini: la moquette faceva il solletico ai suoi piedini nudi.

Man mano che si avvicinava, udì sempre più chiaramente sua madre   dire che era alle solite, che  aveva di nuovo perso il controllo e aveva cominciato a bere, infischiandosene del fatto che la bambina potesse vederlo e poi la sentì piangere e dire che prima o poi l’avrebbe lasciato solo…che non ce la faceva più a sopportare quella situazione.

Lei si era nascosta dietro un angolino e aveva ascoltato tutto e iniziò ad avere paura.

 Corse  nello studio di suo padre e la scena a cui assistì fu straziante:  una bottiglia vuota sul pavimento, un bicchiere rotto, il forte odore di alcool e suo padre riverso supino  sul divano.

Lo chiamò a gran voce ma lui non rispose, allora si avvicinò e cominciò a strattonarlo e a gridare più forte:  – Papà svegliati! Svegliati! Apri gli occhi Papà!-

Istintivamente si coprì le orecchie: non voleva più sentire quella voce, non voleva più vedere suo padre in quelle condizioni, non voleva rivedere sua madre mentre la trascinava a forza fuori dallo studio cercando di calmarla….non voleva più ricordare.

Chiuse gli occhi e scosse vigorosamente la testa poi spostò lo sguardo da un’altra parte.

 Provò una pena enorme per quell’uomo tanto fortunato sotto certi versi e tanto solo: avrebbe dato qualsiasi cosa per conoscere la ragione di quella pacata tristezza che si celava in fondo ai suoi occhi e dietro quella nota di rassegnazione sul suo sorriso!

Si ritrovò a fissare l’ennesima foto di suo padre, con i capelli cortissimi e biondi mentre, assieme allo zio Tom, giravano per le strade di Los Angeles.

Improvvisamente, qualcosa colpì la sua attenzione.

Sul soffitto aveva notato una piccola botola.

Che strano…da quanto tempo era lì? Eppure era sicura di non averla mai vista prima.

Si avvicinò e incuriosita decise di arrampicarsi fin lì e vedere cosa fosse.

Si guardò intorno, prese la poltroncina di suo padre e la spinse fin sotto la botola.

Si tolse le scarpe e salì sulla poltrona, afferrò saldamente la maniglia e tirò.

 Con sua grande sorpresa, si aprì una piccola scaletta di legno che conduceva ad una stanza al piano superiore,  proprio sotto il tetto.

Iniziò a salire quella scala….chissà cosa nascondeva.

                                                                                                                                                        continua

 

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