“La Stagione delle Piogge”. Capitolo VI

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Capitolo VI

La più lunga, dura e noiosa settimana della sua vita!

Erano passati solo tre giorni da quando aveva discusso con suo padre e già non ne poteva più: chiusa in camera, reclusa in quelle quattro mura, seppure comodamente ed elegantemente arredate, senza Tv, senza telefono e costretta a studiare tutto il santo giorno matematica! Quella, forse, era  la tortura peggiore.

Il professore che suo padre aveva assunto per darle ripetizioni era vecchio e terribilmente barboso….uno strazio.

Ogni volta che le spiegava qualcosa inevitabilmente finiva con lo sbadigliare e lui la inceneriva con lo sguardo.

L’unica nota positiva in tutto questo era che finalmente aveva cominciato a creare un feeling con quella materia a lei così oscura  ed era perfino riuscita a risolvere dei problemi da sola.

Per il resto era tutto grigio ed insopportabile.

La cosa che più la faceva soffrire era il silenzio di suo padre.

Quando si sedevano a tavola per il pranzo o per la cena, la guardava a malapena e le uniche parole che le rivolgeva si riferivano solo ed esclusivamente allo studio.

Non riusciva a sopportare il suo muso lungo e quell’aria da cane bastonato: si d’accordo, lei aveva disobbedito, si era appropriata di un ricordo molto speciale di suo padre ma questo non era certo un buon motivo per ostinarsi in quell’assurdo ed ostinato silenzio.

A pranzo Gertrude stava servendo del formaggio accompagnato da un piatto di verdure grigliate.

Kora sbocconcellava; non ne poteva più di quella dieta così rigida.

Passava i peperoni da una parte all’altra del piatto e questo atteggiamento non passò inosservato.

“Non hai fame?” la domanda di suo padre la colse di sorpresa.

“Si, ho molta fame solo che sono un pò stanca di questo regime alimentare. Ho voglia di una bistecca ma so che mi disapproveresti”.

Bill taceva.

“….e poi, se vuoi saperlo sono stanca del tuo silenzio. Ho capito, ho commesso un errore papà ma cerca di comprendere….anche tu sei stato un ragazzo e anche tu sei curioso come un gatto!”.

Bill scoppiò a ridere.

Kora aveva perfettamente ragione.

Quando era un ragazzino, la sua curiosità, in più di una occasione lo aveva cacciato nei guai.

“E va bene. Diciamo che il castigo può terminare qui”.

Kora lo squadrava con una domanda ben precisa che le girava in testa, ma suo padre l’anticipò:

“Ah, prima che provi a chiedermi dov’è sparito quell’album, sappi che è in un posto dove tu non potrai più trovarlo”.

“Ma papà!” brontolò infastidita.

“Comunque…..oggi puoi uscire con i tuoi amici se ti va. Chiamo il professor Miller e disdico la lezione di questo pomeriggio”.

Un urlo si levò da quella tavola raggiungendo ogni angolo della casa.

“Kora! Ricordati le buone maniere” la rimproverò suo padre.

“Non mi importa niente delle buone maniere in questo momento”; si alzò da tavola e corse ad abbracciare suo padre.

“Grazie papà. Ti voglio tanto bene”.

Bill la guardò con tenerezza: lei restava sempre la sua piccolina.

“Te ne voglio anche io” poi scostò la sedia e si alzò: “e adesso fila, prima che cambi idea. Che farai?”;

“Ho intenzione di chiamare Susanne e di passare il pomeriggio in città se per te va bene”.

“Niente in contrario. Torna per l’ora di cena”.

“D’accordo. E tu, che farai?”;

“Devo fare alcune telefonate di lavoro, contattare alcune persone della casa discografica e poi devo lavorare su una canzone”.

“Capito. Sarai chiuso nel tuo studio fino all’ora di cena esatto?”;

“Esatto”.

“Allora ti lascio lavorare tranquillo”.

Intanto Gertrude era tornata per servire il purè ma Kora, per la fretta di salire in camera e  chiamare la sua amica, per poco non la investì.

“Koraa!”; suo padre le rivolse un’occhiataccia.

“Oh mi scusi tanto Gertrude, non volevo”;

“Non si preoccupi”; poi guardando il piatto ancora integro della ragazza continuò:

“Ma signorina, lei non ha toccato nulla”.

“Mangerò stasera le sue delicate prelibatezze. A dopo” e correndo su per le scale raggiunse la sua stanza e sbattè forte la porta.

Bill scuoteva la testa disapprovando.

Il pomeriggio passò talmente in fretta che l’ora di cena arrivò in un baleno.

Dopo aver fatto un giro per negozi e trangugiato qualcosa di commestibile, Kora si accingeva a tornare a casa.

L’autista l’aspettava al solito posto.

Si davano appuntamento in un parcheggio poco lontano.

“A che ora viene a prenderti tuo padre?”;

” Tra poco”.

“Sono contenta che abbia deciso di toglierti il castigo”;

“Anche io! Non ne potevo più di quella casa e di tutto il suo silenzio”.

“Immagino; con quella  governante!”.

Kora sorrise ripensando all’incidente di quel pomeriggio.

“Si però fa una coppa al caffè che non è niente male”.

D’un tratto Susanne divenne seria e la guardò dritta negli occhi.

“Che intendi fare con tuo padre?”;

“Che vuoi dire?”;

“Si di quelle foto, a proposito di quella ragazza….come hai detto che si chiama?”;

“Elena”;

“Si proprio lei”.

“Bah….” e sospirò pesantemente.

“Visto come ha reagito, credo che lei fosse veramente molto importante per lui. Non so…. una cosa è certa: appena ne avrò l’occasione cercherò di saperne di più. Voglio indagare e scoprire come si sono conosciuti e dove, voglio sapere quanto tempo è durata la loro storia e perchè è finita e, se è finita perchè mio padre custodisce così gelosamente le sue foto”.

“Mi raccomando: prudenza e appena sai qualcosa chiama”;

Kora scoppiò a ridere:

“Ma certo. Puoi contarci”.

Salutò Susanne e poi raggiunse il luogo d’incontro con  Ernst.

“Buonasera signorina Kora” le disse aprendole lo sportello”.

“Buona sera, come va?”;

“Benissimo signorina e lei?”;

“Ernst, mi conosci da quando ero bambina! Ti ho detto migliaia di volte di chiamarmi Kora e di farmi sedere davanti, accanto a te. Detesto essere trattata come una principessa”.

“Si signorina, ma suo padre si dispiacerebbe molto se trasgredisse alle regole. Lo sa com’è fatto”.

Kora sbuffò seccata.

“E va bene. Per questa volta faremo come vuole mio padre”.

“Saggia idea” ma appena si accomodarono, ognuno al proprio posto Ernst le passò una barretta di cioccolato.

“Il tuo preferito”;

“Te ne ricordi ancora eh?” e sorridendo affondò i denti nella deliziosa barretta.

“Ernst, mio padre ultimamente è più strano del solito”.

“Si, l’ho notato”.

“Perchè? Sai qualcosa a riguardo?”;

“E’ diventato molto taciturno, non parla molto. Quando è in auto o parla al telefono o controlla il computer. Ci scambiamo i soliti convenevoli e niente altro”.

“Mi preoccupa molto. Non capisco cosa gli stia succedendo…..non parla neanche con me. Da quando la mamma gli ha detto che si sarebbe risposata, è cambiato qualcosa”.

“Non saprei ma, se scopro qualcosa te lo faccio sapere. Ecco, siamo arrivati”.

Ernst parcheggiò proprio di fronte alla porta d’ingresso poi scese e le aprì lo sportello.

“Buona serata signorina Kora”.

“Grazie mille Ernst” e gli strizzò l’occhio.

Appena entrata in casa, fu accolta da Gertrude.

“Buona sera signorina”.

“Buona sera. Mio padre è già a tavola?”;

“No, il signore mi ha pregato di scusarlo e di dirle che questa sera cenerà da sola”.

“Sta ancora lavorando?”;

“Si e a quanto pare ne avrà ancora per molto”.

“Grazie mille”.

Poco dopo, era seduta a tavola e la governante iniziò a servirle la cena.

Kora fissava il posto vuoto di suo padre.

Ripensò a quando era piccola e tutti e tre erano seduti a tavola….quei pochi momenti felici erano rimasti impressi nella sua memoria.

“Papà…. se solo si potesse tornare indietro; se solo si potesse tornare ad essere una famiglia….”; afferrò il bicchiere e mandò giù un sorso d’acqua ma il nodo che le stringeva la gola la fece deglutire a fatica.

Era passato tanto tempo ma quella sensazione di smarrimento e di solitudine non aveva abbandonata.

Dopo la separazione dei suoi genitori si era ritrovata spesso in quella situazione: da sola a tavola a fissare dei posti vuoti.

Non finì nemmeno di cenare.

“Gertrude, vado in camera mia”.

“Va bene signorina”.

Kora si gettò sul letto.

Aveva tanta voglia di piangere.

Si sentiva divorare dai sensi di colpa: se non fosse nata, forse adesso non soffrirebbe per i suoi genitori, non si sentirebbe responsabile della loro separazione.

Avrebbe rinunciato volentieri a tutti i privilegi di cui beneficiava pur di avere una famiglia normale, una famiglia come tutte le altre.

Invece era sempre più sola: rimurginava sul passato e cercava di trovare un rimedio alla malinconia che giorno dopo giorno diventava insopportabilmente opprimente.

“Che ore sono?” si voltò verso la sveglia che era sistemata sul tavolino accanto al letto. Segnava già le tre e il sonno ancora non si decideva ad arrivare.

Continuava a rigirarsi nel letto, nella penombra della stanza senza riuscire a chiudere occhio.

Decise di alzarsi: tanto valeva scendere di sotto e bere una buona camomilla…chissà, magari l’avrebbe aiutata.

Si infilò le sue ciabattone e silenziosamente scese le scale ma a metà tra una rampa e l’altra, notò che la luce nel salone era ancora accesa.

Sentiva l’odore della sigaretta.

Anche suo padre, quella notte non riusciva a riposare.

Scese ancora qualche gradino e finalmente lo vide: la schiena curva, la sigaretta tra le dita, il posacenere colmo di mozziconi spenti.

Fissava qualcosa con lo sguardo perso in chissà quali ricordi e solo avvicinandosi ulteriormente, Kora scorse che si trattava dell’album…. di Elena.

Con un colpetto di tosse annunciò la sua presenza.

Bill chiuse l’album con un colpo secco e poi si voltò a guardarla.

“Kora, che ci fai ancora sveglia a quest’ora? Non ti senti bene?”;

“E’ tutto ok, solo non riesco a dormire”.

“Qualche brutto pensiero?” chiese dolcemente.

“Molti brutti pensieri” e andò a sedersi sul divano proprio accanto a lui.

Suo padre la accolse tra le sue braccia mentre spegneva la sigaretta ormai consumata.

“E tu? Perchè non dormi?”;

“Molti pensieri….”;

“Belli o brutti?” chiese curiosa;

“Alcuni meravigliosi, dolcissimi….altri terribili”.

“Riguardano…..Elena?” chiese con un pò di timore.

Bill annuì senza rispondere.

“Credo che sia ora di parlarmene, non ti sembra?” e con un pò di timore aprì l’album e fissò quel viso abbronzato che le sorrideva.

“Era così bella…”;

“Già” disse sospirando pesantemente.

“La ragazza più bella che avessi mai visto”.

“Più bella anche di me?” chiese con un pizzico di gelosia;

“Nessuna è più bella di te, tesoro” e le sorrise.

Soddisfatta, si accoccolò meglio tra le braccia di suo padre:

“Come vi siete conosciuti?”;

“Oh, è successo tanto tempo fa…… per un equivoco; si, un banalissimo equivoco”.

“Davvero? Dai, racconta”.

“Io e lo zio Tom avevamo appena finito di registrare Humanoid, così prima di iniziare un intensissimo periodo con la sponsorizzazione, il lancio, il tour e tutto il resto, abbiamo deciso di prenderci una vacanza. Di solito andavamo alle Maldive”;

“Infatti, ci andiamo ancora” lo interruppe.

“Non quella volta. Non potevamo  allontanarci troppo. Dovevamo tenerci costantemente in contatto con la casa discografica e il lancio dell’album era imminente, così scegliemmo una destinazione a caso: Italia, Toscana.

Ci eravamo stati da piccoli con la nonna e avevamo dei bei ricordi di quel posto.

In quel periodo eravamo molto famosi in Italia e non potevamo uscire senza scorta….quell’anno erano successe troppe cose sgradevoli. Infischiandocene di tutto e di tutti, prendemmo un aereo e raggiungemmo Firenze. Per un pò ci confondemmo tra la folla, facevamo di tutto per non destare attenzione. Per un pò riuscimmo quasi a sentirci come due ragazzi qualunque: era bellissimo passeggiare per le vie del centro, mangiare in un tipico localino, visitare i musei e le opere d’arte ma durò poco. Dopo quasi una settimana iniziò a spargersi la voce della nostra presenza e così fummo costretti quasi a scappare. Lo zio Tom aveva già la patente”.

“E tu?”;

“Emm…. io invece ero stato bocciato alla guida”.

“Non ci posso credere: sei stato bocciato all’esame di guida” e scoppiò a ridere.

“Vuoi che ti racconti il resto della storia?”;

“Si”;

“Allora piantala di prendermi in giro”; Kora ammutolì di colpo.

“Noleggiammo un’auto e ci spingemmo verso Livorno…verso il mare. Trovammo un posticino tranquillo, una casetta a due passi dalla spiaggia, un piccolo rifugio immerso in una grande pineta: la spiaggia di sabbia chiara, il mare di un blu intenso e il cielo ancora più blu…tutto era incantevole. Una mattina ci alzammo presto, dovevano essere più o meno le undici. Avevamo voglia di fare un giro in barca così, dopo aver fatto colazione, ci dirigemmo verso il porto. Io e lo zio Tom restammo affascinati dalle ragazze del posto. Erano bellissime, abbronzate, con un sorriso aperto e sincero e sapevano divertirsi. Volevamo divertirci anche noi. Non fu difficile: rimorchiammo due splendide ragazze e per far colpo su di loro, decidemmo di  noleggiare una grossa barca a motore” si fermò un attimo e poi scoppiò a ridere.

“Perchè ridi papà?”;

“Perchè quando ci chiesero la patente nautica, io e lo zio Tom ci guardammo in faccia e pochi attimi dopo le ragazze si erano dileguate nel nulla”.

Kora scoppiò a ridere assieme a Bill.

“Che figura!” ;

“Si, avresti dovuto  vedere le nostre facce in quel momento!” e continuavano a sbellicarsi dalle risate.

Dopo quasi una decina di minuti di risate incontrollate, Kora chiese:

“E dopo che avete fatto?”;

“Volevamo comunque andare in barca, così ci accompagnarono dove c’erano i gommoni ma erano già stati tutti noleggiati: erano rimaste solo le barche a remi”.

Kora continuava a ridere senza fermarsi.

“Ti immagini io e lo zio Tom che remiamo?”;

“Si, per quello sto ridendo”.

“Già… proprio quando stavamo per salire a bordo, si avvicina una ragazza, dai capelli lisci, lunghissimi che mi guarda con i suoi incredibili occhi scuri e ci dice –Hei, voi due! Dove credete di andare? Quella è la nostra barca – “.

“La loro barca?”;

“Si. Vedi, il figlio del proprietario aveva una cotta tremenda per quella ragazza,  così senza dire niente al padre, aveva preso la barca per darla a lei e a sua cugina per un giro al largo. Suo padre andò su tutte le furie: lei, sua cugina, il ragazzo e il proprietario iniziarono a scambiarsi una serie di battute con toni minacciosi in italiano ed io e lo zio Tom, ci guardavamo senza capire nemmeno una parola”.

“E come è finita?”;

“Che loro presero la barca e noi restammo come due stupidi a terra”.

Kora si asciugò gli occhi: per il troppo ridere le erano venute giù le lacrime.

“Quando mi guardò negli occhi e mi sorrise dicendomi – Ciao – …io non capii più niente”.

…..continua

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3 commenti su ““La Stagione delle Piogge”. Capitolo VI

  1. Uh sono la prima! Quale onore.
    Finalmente Bill si è deciso a raccontare come ha conosciuto Elena. Beh, effettivamente Castagneto è un bel posto in cui fare un incontro fulminero!
    Adoro quel posticino.
    Bene Fra, aspetto con ansia il prossimo giovedì perchè voglio sapere come va avanti il racconto.

    Come stai? La scuola come procede? I miei professori sono già partiti alla carica.
    Un bacione.
    Eugi

  2. Terza, accidenti, mi hanno battuta sul tempo! >.<

    Finalmente quel vecchio burbero sta tornando simpatico, quasi dolce!
    Mi piace tantissimo questo Bill più dolce, aperto e disposto a raccontare di Elena. E mi piace quel ragazzino impacciato che perde il lume della ragione quando lei lo saluta. E' dolcissimo. Semplicemente D O L C I S S I M O .

    Tesoro, come stai? E' da un po' che non ci sentiamo! Io sono in pieno stage, con i preparativi per il festival dei gufi. E' stancante, ma emozionante e soddisfacente. Oggi sono partita presto da casa, alle otto e mezza ero già a Grazzano Visconti, e mi sono portata la macchina fotografica… ho fatto un sacco di foto in quel posto meraviglioso che ha l'innata capacità di allontanare qualunque pensiero negativo e non legato all'ispirazione. Mi sentivo tantissimo Mary in "E sarò sempre con te."… quando arriverà il capitolo che intendo, capirai, vedrai! 🙂
    A scuola come va? E la danza?

    A presto tesoro! ❤

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