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Ecco un estratto:

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“La Stagione delle Piogge”. Capitolo XVI

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Capitolo XVI

Era già passata una settimana dal suo arrivo: una settimana passata a rilassarsi e a godere dell’affetto della sua famiglia.

Le sue responsabilità di padre e di artista, spesso gli facevano dimenticare il piacevole ruolo di figlio; le attenzioni premurose di sua madre gli regalavano una sorta di protezione, lo richiudevano in una piccola bolla fatta di amore e comprensione che lo facevano sentire al sicuro.

Peccato che Kora, faceva di tutto per rovinargli quei pochi momenti sereni.

Non gli dava tregua e, ormai, dalla sua parte si era schierato anche Tom.

La mamma invece non si era pronunciata: dopo aver osservato con grande attenzione il dipinto della sua amata nipote, si era limitata a chiamare il suo vecchio amico di Amburgo e decantargli le lodi della ragazza, del suo innato talento  e a stringere in maniera tempestiva, gli ultimi accordi riguardo all’esposizione  ormai prossima.

Bill si ritagliava del tempo nel corso della giornata: andava a trovare i suoi vecchi amici, pranzava nei localini che frequentava quando abitava a Los Angeles e faceva lunghe passeggiate a Venice Beach: il cielo sempre azzurro, la brezza tiepida e profumata, l’oceano nella sua profondissima grandezza e le sue onde che accarezzavano le sue orecchie come musica erano un toccasana dopo le burrascose vicissitudini degli ultimi tempi ……eppure…..

per quanto fosse caldo, il sole non riusciva a scaldare il suo cuore e le acque dell’oceano, fin troppo gelide, lo rattristavano enormemente.

Nei suoi pensieri c’erano il sole e il mare della Toscana e il languido pensiero di Elena.

Più passavano i giorni e più viveva in una sorta di limbo, cullato dai ricordi e in balia di strane emozioni, animato da una speranza nuova, forse un pò assurda, di riassaporare il gusto della felicità.

Cominciava a  prendere coscienza del fatto  che forse Kora potesse avere ragione;

forse poteva fare un tentativo,chissà……

magari lo stava  ancora aspettando e proprio come lui, soffriva per quella lontananza durata ben 26 anni.

Ma come poteva fare a ritrovarla?

Da dove doveva iniziare?

Non ricordava più il suo cognome, il suo numero di telefono  si era perso nelle spire del tempo e della dimenticanza.

Più si animava di speranza e più il suo cuore era ottenebrato dai dubbi.

E se invece, fosse un errore?

Perchè forzare il passato?

Cosa avrebbe fatto se avesse scoperto qualcosa di cui era terrorizzato?

Già, più dell’odio di Elena temeva che lo avesse dimenticato, che dopo ciò che le aveva fatto, avesse cancellato dal suo cuore e dai suoi ricordi quei momenti che per lui invece rappresentavano tutto il suo universo.

Scosse la testa.

Si massaggiò vigorosamente le tempie.

Improvvisamente si sentì accarezzare teneramente la testa.

Immediatamente riconobbe quel tocco affettuoso.

“Cosa c’è? Hai di nuovo mal di testa?”;

La voce di Simone aveva un tono gentile e premuroso.

“Si”.

“Troppi pensieri?”;

“Già”.

Si sedette sulla poltroncina accanto a lui.

Il vento le scompigliava i capelli e quel lungo kaftano di colore rosso. Aveva lo sguardo fisso all’orizzonte ma la sua presenza non lo disturbava affatto, anzi.

Lei riusciva a rincuorarlo, nei suoi lunghi momenti di malinconia e di insicurezza.

Oltre a suo fratello, sua madre era sempre stata l’altro grande punto di riferimento della sua vita.

“Non sai che fare, vero?” si voltò a guardarlo attraverso i suoi spessi occhiali da sole scrutando con attenzione ogni piccola piega sul volto di suo figlio.

“Proprio così. Da una parte c’è Kora, con le sue idee romantiche e strampalate, dall’altra c’è Tom che non fa altro che supportarla e spingermi a tornare in Italia”;

“E Tu?”;

Bill non rispose.

“Tu, cosa vorresti fare?”;

“Io vorrei….forse più di quanto immagini….mi piacerebbe tanto…..”;

“Ma hai paura”.

Sospirò sconfitto.

Chinò la testa senza rispondere.

“Ti capisco e non vorrei essere al tuo posto” ammise sincera.

Gli toccò un braccio ed iniziò ad accarezzarlo lentamente: faceva così anche quando era bambino.

“Bill, tesoro, hai passato tanti anni lontano da lei ma nel tuo cuore hai continuato a cercarla. Hai cercato nei sentimenti e nel corpo di un’altra donna quell’amore che solo lei è stata in grado di darti; hai cercato negli amici la complicità e l’intesa che solo con lei hai condiviso. La vita ti sta offrendo un’altra opportunità, non devi sciuparla”.

“Lo so mamma, sono più di vent’anni che mi logoro nel rimorso e nel rimpianto ma, adesso potrebbe essere troppo tardi….potrebbe avere una famiglia, dei figli….”;

“….essere felice anche senza di te?”;

Sospirò di nuovo.

“…..E se mi avesse dimenticato?”;

“E’ questo ciò che ti spaventa di più. Sapresti accettare il suo odio, il suo disprezzo ma non potresti sopportare che ti avesse dimenticato. Non posso biasimarti ma e’ un rischio che devi correre: devi affrontare e sconfiggere quei demoni che affollano il tuo cuore e i tuoi pensieri e poi correre da lei oppure….”;

“Oppure?”;

“Oppure continuerai a  vivere di rimpianti il resto della tua vita. Pensaci bene figliolo. La felicità è un bene prezioso ma basta un respiro, un battito di ali e fugge via per sempre. Sei ancora in tempo”.

Bill annuì silenziosamente.

Simone si voltò di nuovo a guardare l’oceano poi dopo qualche istante si alzò.

“Fa troppo caldo qui, me ne torno a casa, al fresco dell’aria condizionata e a sorseggiare una limonata fredda”;

sorrise a suo figlio accarezzandolo con lo sguardo prima di andarsene:

“piccoli privilegi concessi ad una vecchia signora”.

****

“Bill, hei Bill sei qui?”;

Tom bussò vigorosamente alla porta della camera del fratello ed entrò prima di ricevere una risposta.

“Ma che diavolo…..”;

Tutti gli abiti di Bill erano gettati alla rinfusa sul letto.

Nella sua stanza sembrava fosse appena passato un tornado: scarpe lasciate in giro sul pavimento, camicie  gettate senza riguardo su una poltrona, gioielli e ninnoli vari sparsi sul comò e sui comodini, i cassetti tutti aperti, le ante dell’armadio spalancate e suo fratello che teneva il cellulare appiccicato all’orecchio mentre davanti ad uno specchio si provava una maglietta ancora sistemata sull’omino.

“Tom…..dove cavolo sono i miei costumi?”;

“Eh?! I costumi? E che cosa devi far”;

“Schhhh!” suo fratello lo zittì portandosi un dito sul naso.

“Pronto? Si sono ancora qui….allora c’è un volo fra un’ora….no non credo di farcela. Il prossimo?…. Domani mattina alle nove?E’ troppo tardi….Ma non potrebbe cercarne uno con un’altra compagnia?…..A questo punto va bene qualunque cosa…..”;

Tom cominciava a capire le intenzioni di suo fratello ed un enorme sorriso gli si disegnò sulle labbra.

“…..Alle undici è perfetto! Durata del volo?….A-ha undici ore circa…..quindi dovrei arrivare più o meno…a mezzogiorno è esatto?Ah, si è vero, non avevo considerato il fuso orario……Il nome dell’aeroporto? ….Galileo Galilei di Pisa. Ok, e sa dirmi se c’è un autonoleggio?…..Ah, perfetto! Vorrei noleggiare un’auto con autista…..Non potete noleggiare un’auto con autista? Accidenti, questo è un problema”.

“Che succede Bill?”;

“Niente, non hanno l’autista”; poi continuò a parlare al telefono.

“….Cosa? No, vorrà dire che guiderò io”; poi coprì il microfono con un dito e si rivolse a suo fratello:

“sempre che mi ricordi come si fa!”

Tom rise a quella affermazione.

“….No, gradirei un’auto non troppo grande…..No, nemmeno un’utilitaria….Ma figuriamoci!”;

ricoprì il microfono:

“volevano darmi una Fiat”;

“digli che è meglio che ti trovino un’Audi o ti rivolgi a qualcun altro” gli suggerì Tom.

Bill annuì mentre continuava a rispondere al telefono.

“A-ha…senta, io ho bisogno di una Audi. Lei è in grado di procurarmela? Altrimenti mi rivolgerò altrove……Ah, bene; perfetto”.

“……A chi devo intestare il volo ed il noleggio dell’auto?” la voce dell’impiegata gracchiava alla cornetta;

“Bill Kaulitz”.

“D’accordo Sig. Kaulitz. Troverà il biglietto e i documenti del noleggio presso il nostro box informazioni. Mi raccomando, si presenti due ore prima della partenza del volo per il chek-in e per i controlli alla dogana.  Arrivederci e Buon Viaggio”.

Bill riattaccò il telefono e lo gettò con poca grazia sul letto.

“Allora parti?”;

“Già”.

“Vai a cercare Elena?”;

“Si” ammise senza distogliere lo sguardo dalla valigia e senza interrompere quello che stava facendo.

“Cosa ti ha spinto? Certamente nè io nè la piccola ranocchietta….”;

“Le parole della mamma”.

Tom sollevò un angolo delle labbra in un ghigno compiaciuto.

“Cosa ti ha detto per convincerti?”;

“Che la vita mi sta offrendo un’altra opportunità per essere felice….e questa volta non intendo sprecarla”; sollevò lo sguardo  e fissò negli occhi suo fratello:

“La troverò Tom….ho una paura f*****a ma, devo concedermi una possibilità”.

Tom gli si avvicinò e gli diede una pacca sulla spalla.

Finalmente il suo fratellino aveva preso la decisione giusta.

Chissà, forse Elena lo stava ancora aspettando su quella spiaggia…. adesso era tutto nelle mani del destino ma era così bello veder finalmente sorridere suo fratello. Era da tantissimo tempo che non lo vedeva così entusiasta e pieno di energia.

“Dai, dammi una mano, così finisco prima. Cosa volevi prima?”;

“La cena è quasi pronta, dobbiamo scendere di sotto ma a questo punto, la cena dovrà aspettare. Vediamo un pò dove sono finiti i tuoi costumi….è una vita che non li indossi…..magari ti darò qualcuno dei miei”.

“Lascia perdere, li prenderò in Italia. Piuttosto passami quelle magliette”.

Dietro una piccola fessura della porta, Simone aveva ascoltato tutta la conversazione.

Sorridendo, si allontanò silenziosa.

continua

“La Stagione delle Piogge”. Capitolo XV

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Capitolo XIV

“……Papà, devi  cercarla! Le hai fatto una promessa….una promessa…..una promessa…..una promessa”.

Quella frase continuava a riecheggiare nella sua testa.

Sorrise guardando la sua immagine riflessa; come se avesse potuto dimenticare, anche per un solo istante nella sua vita, quei pochi giorni di totale, completa, assoluta felicità accanto ad Elena ed il male che le aveva fatto.

Kora era una idealista, una sognatrice ed il suo cuore innocente e romantico, si sforzava di trovare un pò di conforto per quello ormai stanco e malandato del suo vecchio padre.

Per lei, tutto era possibile, tutto poteva essere sistemato, cambiato….come se fosse facile, tornare indietro e provare a rimediare, provare a spiegare la superficialità e la leggerezza con cui non aveva tenuto fede a quella promessa.

“…..Kora sono passati più di vent’anni! Ti rendi conto che è una cosa impossibile?”;

“Non è impossibile papà. Se lei ti amava, ti starà ancora aspettando”.

“Tu sogni, bambina. Sarebbe bello se fosse come dici ma io l’ho abbandonata capisci? Si sarà sentita umiliata, ferita e, quando non mi ha visto tornare alla fine della Stagione delle Piogge, mi avrà odiato con tutte le sue forze maledicendo il giorno in cui mi ha conosciuto, il momento in cui si è innamorata di me, l’attimo in cui ha deciso di essere mia, di appartenermi.

Il tempo è passato per entrami.

Ventisei anni sono lunghi, tanti….troppi.

Forse si è ricostruita una vita….magari si è sposata, avrà avuto dei figli…..e….mi avrà dimenticato e se per errore, il ricordo del mio volto, qualche volta avrà sfiorato i suoi pensieri….lo avrà ricacciato con forza nelle tenebre dal quale è affiorato”.

“Ma tu non l’hai mai dimenticata”;

“E come avrei potuto?”;

“Anche lei potrebbe non averti dimenticato”.

“Smettila di fantasticare, Kora. Lei è parte di me, della mia vita e lo sarà per sempre ma, è parte di un passato che non ritornerà”.

“Come fai ad esserne così sicuro? Io sono certa che lei è ancora lì, su quella spiaggia, seduta al tavolino di quel bar, con il suo bel cappello di paglia e il suo sorriso dolce e gentile che aspetta di vederti tornare”.

“Il sorriso dolce e gentile, si sarà trasformato in un ghigno amaro di rabbia e di risentimento…e quel cappello di paglia… beh, lo avrà gettato via assieme a quel foulard azzurro e a tutto il resto delle cose che le facevano pensare a me”.

“Papà, tu dimentichi  una cosa molto importante”.

“Ah si? E cosa?”;

“Il vero Amore, non ha tempo. Il vero Amore non ha età. Il vero Amore vive per sempre”.

Vive per sempre….

Già.

Nel suo cuore, l’amore per Elena non si era mai spento. Sebbene avesse lottato con tutte le sue forze contro quel sentimento, per cercare di dimenticare, il suo cuore non glielo aveva permesso. Forse…

“I Signori passeggeri sono pregati di allacciare le cinture di sicurezza, di portare i sedili in posizione verticale e di richiudere i tavolini. L’atterraggio al Los Angeles International Airport è previsto entro pochi minuti. Grazie”.

La voce dall’altoparlante in perfetto inglese lo distolse da quei pensieri.

Si allacciò la cintura di sicurezza, si stiracchiò un pochino i muscoli intorpiditi dal lungo viaggio e poi guardò fuori dall’oblò: Poteva già distinguersi il Theme Building e la sua magnifica imponenza illuminato dalle familiari luci blu.

Tom lo stava aspettando al Tom Bradley International Terminal.

Quando lo aveva chiamato per dirgli del suo arrivo, non ne era rimasto sorpreso.

Conosceva bene il suo fratellino e sapeva che dopo tutto quello che era accaduto con Kora, quanto gli era costato raccontarle tutta la verità, aveva bisogno di un pò di tempo; tempo per tirare il fiato, per riordinare i pensieri e soprattutto per prendere una decisione.

Bill gliene era veramente grato: come al solito aveva capito, senza fare domande.

L’abbraccio affettuoso con cui lo accolse e la pacca sulle spalle, lo fecero sentire immediatamente a casa.

Dopo i soliti convenevoli, piombarono nel silenzio.

Tom era intento a guidare: gli occhi fissi sulla strada, qualche imprecazione di tanto in tanto a causa del solito traffico cittadino e qualche sguardo sfuggevole in direzione di suo fratello che invece fissava le luci della città con aria distaccata.

“Allora, come va?”;

“Bene….tutto sommato”.

“E Kora?”;

“La scorsa settimana è tornata a casa da sua madre. Detesta abitare in periferia, così appena ha potuto, si è ritrasferita in città”.

“Non puoi certo biasimarla…..la tua casa sembra quasi un eremo”.

Bill lo guardò torvo;

“A me piace moltissimo…..e poi è lontana dal rumore, dai ficcanaso e soprattutto….dai paparazzi” ed indicò due fotografi che affiancavano la loro auto, scattando foto ed illuminando con i loro accecanti flash, l’abitacolo della vettura.

“Figurati….ormai ci sono abituato”.

“Domani mattina, le nostre belle facce saranno stampate sui giornali di mezzo mondo!”;

“E chi se ne frega! Un pò di pubblicità ogni tanto e gratis, non fa affatto male”.

“Sarà, ma a queste cose non ci sono più abituato e soprattutto non voglio altri pettegolezzi sulla mia vita privata, sulla mia carriera o sul mio attuale impegno”.

” La band che stai producendo, non deve lanciare un nuovo cd?”

“Si, manca poco ormai”;

” Penseranno che sei qui per lavorare….. incontrare gente della casa discografica, mettere appunto l’uscita dell’album……utile e conveniente”.

Suo fratello aveva sempre una ragione per tutto.

Lo ammirava molto per questo suo modo di vedere le cose, era sempre stato la spalla forte a cui appoggiarsi.

“Sei stanco? Hai fame?”;

“Si, sto letteralmente morendo di fame”.

“Dove vuoi andare a mangiare un boccone?”;

“Prendi un paio di pizze e qualche birra e andiamo a casa. Non ho voglia di uscire, nè di vedere gente. La mamma come sta?”;

“Benissimo. Il clima di Los Angeles le è congeniale. Dice che il sole e le arance le migliorano l’umore e anche le ossa”.

Entrambi scoppiarono a ridere.

“E’ impaziente di riabbracciarti”.

“Anche io non vedo l’ora di stringerla forte. Non la vedo da almeno…vediamo un pò….”;

“Sei mesi”.

“Hai tenuto il conto?” rispose piccato.

“Non io, la mamma”.

Bill si grattò la testa.

Doveva prepararsi ad una solenne ramanzina.

“E’ arrabbiata?” chiese con un pò di imbarazzo.

“Non proprio. E’ preoccupata per te e soprattutto per Kora”.

“Kora sta benissimo. Lei ha saputo comprendere. Mia figlia è una ragazzina straordinaria…”;

“Mmm…..se ti sentisse chiamarla ragazzina, andrebbe su tutte le furie!”.

Bill sorrise immaginandosi la scena.

“Già….non è più una ragazzina….ora è una giovane donna, con un futuro promettente ed una brillante carriera. E’ una grande artista….vedessi il ritratto di Elena….è perfetto.

“Davvero?”;

“Si. L’ho portato con me, è in una delle valigie; voglio farlo vedere alla mamma, sentire cosa ne pensa: il suo giudizio è molto importante”.

“Dopotutto è merito suo: le trasmesso la passione per l’arte”.

“Già. Adesso non vede l’ora di finire gli studi e mettersi all’opera con la mostra. Sembra sia il suo chiodo fisso: la sua esposizione e …..tormentarmi”.

Tom scoppiò a ridere.

“Ancora? E per cosa?”;

Bill sbuffò scuotendo vigorosamente la testa.

“Vorrebbe che prendessi una decisione che….non solo non mi piace affatto ma al contrario, credo che sia un’autentica follia”.

“Non mi meraviglia: tua figlia è esattamente come te”.

“Lascia perdere, lei è molto peggio; te lo assicuro”.

Il suono del cellulare nella borsa di Bill interruppe la loro chiacchierata.

Lo afferrò da una tasche interne e poi guardò il display:

“Ma guarda: parli del diavolo…. Pronto Kora?”;

“…..Ciao papà, sei arrivato?”;

“Si, sono in auto con lo zio Tom. Sto andando dalla nonna”.

“…..Com’è andato il viaggio?”;

“Bene; noioso, interminabile e pieno di turbolenze”;

“…….C’era da immaginarselo in questo periodo dell’anno. A proposito papà: la stagione delle piogge è quasi al termine….hai pensato a quello che ti ho detto?”;

“Kora non ricominciare per favore. Concedimi una tregua, ok? Sono venuto qui apposta per non essere continuamente asfissiato da questa domanda”.

“….Passami lo zio Tom!”.

Bill gli passò il cellulare: “La tua adorata nipotina desidera parlarti”;

“Inserisci il viva-voce, adesso non posso fermarmi”.

Bill fece come gli aveva chiesto suo fratello.

“Ciao ranocchietta, come stai?”;

“…..Bene ma starei anche meglio se la smettessi di chiamarmi in quel modo. Fra poco meno di due mesi compio 18 anni, non sono più una ranocchietta, capito?”;

“Oh…..mi scusi principessa” e rise insolente.

“….Tu come stai?”;

“Bene grazie. Allora, continui a dare il tormento a tuo padre eh?”;

“…..Per forza, qualcuno deve pur fargli capire che se vuole tornare ad essere felice, deve andare a cercare Elena”.

Tom sbarrò gli occhi per la sorpresa.

“Cosa?! E’ questo che vuole da te?” disse rivolto al fratello.

“A-ha” annuì Bill.

“…Per favore zio Tom, cerca di convincerlo. Diglielo anche tu che deve almeno provare a fare un tentativo….che gli costa?”;

“Beh, sono passati tanti anni, piccola. Non puoi certo pretendere che lei sia ancora lì ad aspettare il tuo papà”;

“….Io invece ne sono assolutamente sicura. Me lo sento, io….io non lo so il perchè ma ho la sensazione di qualcosa che è rimasto incompiuto, sospeso nell’aria; qualcosa che  mi spinge a credere che lei lo ami ancora”.

“Kora, ne abbiamo già parlato tante volte, sai come la penso a riguardo e non cercare di convincere lo zio Tom. Non trascinarlo in questa storia che è solo frutto della tua fantasia”.

“Beh, io non ne sarei così sicuro. La piccola potrebbe aver ragione”.

continua

“La Stagione delle Piogge”. Capitolo XIV

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Capitolo XIV

“Sei tornato a cercarla?”;

suo padre indurì la mascella.

Aspettò qualche secondo prima di rispondere.

“No”.

Kora si sentì crollare il mondo addosso.

Come aveva potuto suo padre fare una cosa del genere?

Lo guardò dritto negli occhi cercando una motivazione, una qualsiasi giustificazione nel suo sguardo ma non la trovò.

Quello che lesse fu solo commiserazione e rimorso.

Un rimorso che lo aveva tormentato per ben ventisei anni.

Improvvisamente gli lasciò la mano e fissò il ritratto.

Era così delusa, così amareggiata.

“Perchè?” ebbe solo la forza di chiedere.

“Ero giovane… egoista….non lo so. Sono passati tanti anni e sinceramente ancora non so perchè  l’ho fatto”.

Kora scosse la testa con disappunto ma poi vedere lo sguardo di suo padre così mortificato la fece desistere dall’infierire.

Bill si alzò dalla poltrona e si avvicinò alla finestra.

Aveva lo sguardo fisso nel vuoto, alla ricerca di qualcosa oltre il buio.

Si infilò le mani in tasca e sospirò per l’ennesima volta.

“Appena tornai a casa i primi giorni mi sembrò di impazzire; non vedere il suo volto, non sentire la sua voce, non tenerla stretta tra le mie braccia era una sofferenza atroce, un dolore insopportabile.Non facevo altro che pensare a lei, giorno e notte. Non riuscivo a concentrarmi su niente, nemmeno sul lavoro.

Me ne stavo chiuso nella mia stanza al buio, a ripensare a tutte le cose che avevamo fatto, a tutte le promesse che ci eravamo scambiati e solo questo mi dava un pò di sollievo. Feci stampare tutte le foto che avevamo scattato insieme e non facevo altro che guardarle e riguardarle per ore.

La nonna, un giorno, non potendone più di vedermi così triste, mi fece questo album” e lo prese tra le mani.

“Giorno dopo giorno, attaccai tutte le foto e quando finii, era già ora di partire per sponsorizzare l’album. Poi ci furono i concerti, le campagne pubblicitarie e alla fine, quasi senza accorgermene, la stagione delle piogge era finita e con essa si era spento anche il mio dolore. Ero tornato alla mia vita di sempre, alle feste, alle uscite notturne con lo zio Tom, alla vita senza regole che avevo sempre condotto. Elena era solo un ricordo, un’avventura estiva finita esattamente come era iniziata così, quando arrivò l’estate, invece di tornare da lei, come le avevo promesso, mi trasferii a Los Angeles assieme allo zio Tom, alla nonna e Gordon”.

“Tu…l’hai abbandonata!” la voce di Kora risuonava come uno schiaffo in pieno viso.

Cosa si aspettava? Del resto se lo meritava, sapeva ciò che aveva fatto ed ora doveva renderne conto.

“Si. L’ho abbandonata” disse annuendo tristemente e sempre con lo sguardo fisso nel buio.

“Non sono fiero di ciò che ho fatto. Ho passato tutta la mia esistenza a torturarmi per questo ma non basta. Il rimorso non mi da pace. Vedi, ero sicuro di averla dimenticata e invece…il suo ricordo è come un fantasma che ancora mi perseguita. Ho distrutto i sogni di Elena ma, allora non sapevo…non immaginavo che con quelli avevo distrutto anche la mia vita perchè lei è stata l’unica donna che mi abbia amato veramente”.

“E la mamma?” gridò d’impulso.

Era talmente accecata dalla collera e dal dolore che non riuscì a trattenersi.

“La mamma è stata solo una vittima. Un errore”.

Kora sbarrò gli occhi sempre più furente.

“Anch’io sono stata un errore?”;

si voltò a guardarla dritto negli occhi prima di rispondere.

“No. Mai, neanche per un secondo ho pensato che tu fossi un errore. Tu sei la cosa migliore che io abbia fatto nella mia vita, l’unico motivo di gioia”.

Si avvicinò a lei, allungò la mano per poterla accarezzare ma vederla piangere sommessamente fu una pugnalata al cuore; la ritrasse, tremante.

Kora era così avvilita…così frustrata che lui non ebbe il coraggio di sfiorarla.

Sapeva che le stava causando un grande dolore ma doveva proseguire, adesso non poteva più tornare indietro.

“Ho conosciuto tua madre a Los Angeles qualche anno dopo. Lei era lì per un master universitario.  Io, lo zio Tom e alcuni amici eravamo in un locale, un venerdì sera. Los Angeles era diventata la nostra seconda casa ma questo non significava che non ci mancasse la nostra terra, le nostre abitudini. Sentii una voce femminile parlare la mia stessa lingua….era così bello e familiare… mi voltai e la vidi. La prima cosa che notai, oltre al suo  sorriso, furono i suoi bellissimi capelli….i tuoi sono esattamente come quelli della mamma”.

Riuscì a strapparle un sorriso in quella maschera di lacrime e trucco disfatto.

“Mi incuriosiva il suo modo di parlare, sembrava spiritosa, intelligente, allegra e anche molto matura…quasi senza accorgermene mi avvicinai a lei e dopo qualche istante ero seduto al suo tavolo. Mi affascinava il modo con cui mi parlava di sè, dei suoi sogni, dei suoi progetti….”.

Kora prestò molta attenzione alle parole che diceva suo padre. La mamma non le aveva mai raccontato nulla su come si fossero conosciuti.

“Mi sentivo tanto solo….quella notte avevo bisogno di sentirmi amato, di sentire di nuovo il calore di una compagna, di qualcuno che scaldasse di nuovo il mio cuore dopo tanto tempo. Finimmo in un albergo poco distante da quel locale….. Da quel giorno ci vedemmo spesso e tutte le volte finivamo col fare l’amore ma dopo, quando i sensi si appagavano, non avevamo niente da dirci, niente da condividere….niente. Quando lei se ne andava, io mi sentivo ancora più solo di prima…. e facevo i conti con la mia coscienza. Quando la stringevo, cercavo disperatamente qualcosa che lei non poteva darmi….cercavo Elena, i suoi occhi, il suo sorriso”.

Kora piangeva a dirotto.

Ora capiva il perchè di tante cose.

In quel momento odiava suo padre con tutte le forze ma al tempo stesso provava tanta pena per lui.

“Decisi che non poteva più continuare quella storia. Non era giusto per tua madre. Non era giusto per me. Quando le dissi che non dovevamo più vederci, che tra  noi era finita, lei mi confessò di essere incinta”.

Kora si asciugò il viso con il dorso della mano.

I suoi occhi lanciavano bagliori di rabbia, sembrava che dicessero – anche io sono stata un errore, qualcosa che non volevi e che non avevi programmato nella tua vita perfetta!-

Bill si affrettò a rispondere a quella tacita domanda.

“All’inizio ero spaventato…io non ero capace di prendermi cura di me stesso, figuriamoci di un bambino ma poi, quando accompagnai la mamma dal dottore per la prima ecografia e ti vidi, pensai che tu saresti stata il mio riscatto. Avevo finalmente qualcuno da amare e che mi amasse incondizionatamente. Qualcuno che, nonostante tutto, nessuno mi avrebbe potuto portare via…strappare  dalla mia vita o dal mio cuore”.

La guardò ancora negli occhi e questa volta il suo sguardo si era ingentilito.

Kora non vedeva più il mostro di poco prima: adesso rivedeva il suo papà con il solito sguardo triste e l’aria malinconica di sempre.

Adesso capiva la sua sofferenza, il suo dolore, i suoi incomprensibili silenzi.

“Ricordo perfettamente il giorno in cui sei nata. Era una calda sera d’estate. Ti misero tra le mie braccia, avvolta in un telo chirurgico e il tuo pianto disperato, era musica per le mie orecchie. Con la tua manina mi stringesti l’indice con tutta la tua forza. In quel momento capii che il nostro legame era indissolubile, che per te avrei fatto qualsiasi cosa, che ti avrei protetta e mi sarei preso cura di te e che diversamente da me, tu avresti avuto un papà  presente, sempre al tuo fianco pronto a sostenerti in qualunque situazione. Tu non saresti mai stata sola, mai”.

Kora singhiozzava più forte di prima.

“Così decisi di sposare la mamma, sebbene non la amassi. Tu venivi prima di tutto e inoltre, quello sarebbe stato il giusto castigo per il male che avevo fatto ad Elena: avevo abbandonato il vero amore per vivere accanto ad una donna che non amavo ma che mi aveva fatto un dono prezioso: te, Kora”.

continua

“La Stagione delle Piogge”. Capitolo XIII

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Capitolo XIII

Il tempo scorreva inesorabile e man man che i giorni passavano Bill diventava sempre più inquieto, sempre più assente.

Kora aveva quasi terminato il suo dipinto: il momento della verità era  vicino.

Quasi non riusciva più a vedere suo padre; tutti i giorni si rintanava nel suo studio e non ne usciva nemmeno per i pasti.

Ogni tanto, durante la notte, lo sentiva camminare nervosamente avanti e indietro nella sua camera e spesso, lo aveva sorpreso nella sua stanza a guardare il ritratto di Elena.

Sicuro di non essere visto, dava libero sfogo alle sue emozioni.

Sembrava soffrire molto: quando guardava quel viso impresso sulla tela, aveva una  espressione indecifrabile.

A volte i suoi occhi erano tanto lucidi da poter essere distinti anche nella penombra;

altre volte allungava una mano verso la tela, sembrava quasi volesse accarezzare quel volto….

Kora provava tanta pena in fondo al suo cuore.

Cosa aveva fatto di così grave suo padre da tormentarlo fino a quel punto e per tutti quei lunghi anni?

Il grande Amore della sua vita era apparso al suo orizzonte quando era ancora troppo giovane e forse lui non aveva saputo apprezzarlo, custodirlo, proteggerlo come meritava.

-E invece mi giudicherai e sarai severa probabilmente come lo è stata lei in tutti questi anni- quelle parole continuavano a girarle in testa e più le riascoltava e più aveva paura.

Si aveva davvero paura: paura di non saper capire, di non poter accettare uno sbaglio di suo padre senza poi esserne influenzata e giudicarlo.

Aveva paura delle sue reazioni, di se stessa…di non meritare, forse, la fiducia di suo padre e le sue confidenze.

Si era cacciata in bel guaio quando aveva ritrovato quell’album qualche mese prima; certo non immaginava il polverone che avrebbe sollevato nella sua vita e in quella di suo padre.

Sarebbe stata all’altezza di ciò che le aspettava? Avrebbe saputo sopportare le cose anche dolorose che suo padre avrebbe potuto rivelarle? Soprattutto avrebbe saputo mettere da parte l’amore di figlia verso sua madre?

Christine, sebbene si fosse risposata, non aveva mai smesso di amare Bill…

La mamma, purtroppo non era riuscita a reggere il confronto con Elena e da quanto aveva potuto capire da quelle poche parole scambiate con suo padre, Lei era ancora presente nel suo cuore.

“Povera te Kora!” disse scuotendo la testa prima di spegnere la luce sul comodino.

Distesa nel suo letto, al buio, si voltò su un fianco e guardò fuori dalla finestra: la luna illuminava il cielo notturno, gli alberi, la collina.

“Domani il dipinto sarà finito….domani” sospirò pesantemente poi chiuse gli occhi e si addormentò.

Nella stanza di fronte, Bill continuava a rigirarsi tra le lenzuola.

Domani avrebbe parlato a sua figlia e mentalmente  si preparava il discorso.

Chissà cosa sarebbe accaduto….forse l’avrebbe persa per sempre o forse avrebbe compreso le sue scelte…

continuava a dilaniarsi nel dubbio, a rigirarsi il coltello nella piaga.

Cosa avrebbe pensato di lui dopo averle raccontato tutto? Kora amava sua madre.

Quando era bambina l’aveva vista piangere e soffrire troppe volte per colpa sua; l’aveva  accompagnata troppe volte a casa dei nonni per andarlo a cercare nel cuore della notte in qualche bar di periferia, ubriaco fradicio e sporco del suo stesso vomito.

Che razza di uomo era diventato?

Che razza di marito era stato?… E Kora sicuramente non glielo avrebbe mai perdonato.

Adorava sua madre.

Ricordò tristemente il giorno della loro separazione, quando con forza Christine le strappò la bambina dalle braccia urlandogli che non meritava di essere padre, che non meritava l’amore di nessuno perchè non era capace di amare nessun altro se non se stesso….

Allontanò di colpo le lenzuola mettendosi seduto e stringendosi la testa fra le mani.

“Buon giorno signorina Kora, desidera la colazione?”; Gertrude stava finendo di apparecchiare la tavola.

“Non si disturbi per me. Prendo solo un caffè e una di quelle deliziose ciambelle che prepara tutte le mattine per mio padre”.

L’anziana donna sorrise compiaciuta.

Era la prima volta che la vedeva sorridere e per la prima volta notò i suoi incredibili occhi azzurri che risaltavano di vitalità a dispetto della fitta rete di rughe e dei capelli bianchissimi.

“Sono in cucina, ora vado a prenderle”.

Kora si guardò intorno: suo padre ancora non era sceso.

Sicuramente quella notte non aveva chiuso occhio.

Decise di lasciarlo tranquillo e di fare colazione senza di lui. Quella grande tavola apparecchiata era così desolante….

Gertrude le servì il caffè e la ciambella e stava per allontanarsi quando Kora  le chiese di riferire un messaggio a suo padre.

“Per favore gli dica che questa sera abbiamo un appuntamento importante, che sarò puntuale e che mi aspetto che faccia altrettanto”.

“Ma certo signorina, non si preoccupi”.

Mangiò in fretta poi, prese le sue cose ed uscì di casa ma prima di salire in macchina alzò gli occhi verso le finestre di sue padre.

L’interno era ancora buio e le pesanti tende erano ancora tirate.

“A questa sera papà”.

Le ombre della sera si allungarono velocemente sul chiaro cielo di Amburgo.

Bill, accese la lampada sul tavolino accanto alla chaise long.

Era rimasto a lungo seduto lì, davanti alla finestra a guardare la collina e a riflettere ma la sera era arrivata fin troppo in fretta.

Era ora di andare e, per nessun motivo voleva tardare a quell’appuntamento: l’aveva rimandato per ben ventisei anni.

Tirò un grosso sospiro poi si alzò lentamente, spense l’ennesima sigaretta nel posacenere ormai colmo poi,  prese l’album ed uscì dalla sua stanza, richiudendosi la porta alle spalle.

Raggiunse il salotto.

Kora aveva trasportato il cavalletto di sotto, accanto al camino e su di esso il dipinto.

Bill restò senza fiato nel vederlo.

Sua figlia era davvero una grande pittrice ed era veramente orgoglioso di lei e del lavoro che aveva fatto.

Il volto di Elena sembrava reale: le labbra erano morbide e rosee ed i capelli, neri e lunghi mossi dal vento…poteva quasi sentire il loro profumo di vaniglia e salsedine, come quel giorno sulla spiaggia.

Quegli occhi scuri sembravano fissarlo benevoli, lo circondavano affettuosi e sembravano dirgli – Avanti, Coraggio. Dì la verità…solo questo potrà salvarti-

“Ciao papà”.

“Ciao tesoro”.

Guardò ancora una volta il dipinto e disse la prima cosa che gli venne in mente per rompere quell’atmosfera gelida che era piombata tra di loro.

“Hai…hai fatto un ottimo lavoro. E’ stupendo”.

Kora si avvicinò a lui e gli appoggiò la testa sulla spalla.

“Sono felice che ti piaccia. E’ tuo. Te lo regalo”.

Bill si voltò a guardarla sorpreso.

“Non vuoi esporlo alla tua mostra? E’…così bello”.

“No. In questo ritratto è racchiusa la tua vita, i tuoi sentimenti e vorrei restituirteli in qualche modo…magari assieme a lei”.

Bill la abbracciò affettuoso.

“Andiamo a sederci….sarà una lunga chiacchierata” e si diressero verso il grande e freddo divano di pelle.

Un attimo prima di sedersi, Bill chiamò la governante che senza farsi attendere arrivò con il suo solito incedere silenzioso.

“Per favore Gertrude, non mi passi telefonate. Non voglio essere disturbato questa sera”.

“Come desidera Signor Kaulitz” e, esattamente come era arrivata sparì alle loro spalle.

“Papà, io”

“Sono stato un vigliacco” la interruppe esordendo.

Kora lo guardava con il cuore che le batteva forte.

“Perchè?” chiese timidamente.

“Perchè l’ho abbandonata quando più aveva bisogno di me….sembra che io non sappia fare altro nella mia vita….lei, tua madre…e anche te”.

Kora aveva un grosso nodo in gola che quasi non la faceva respirare.

“Ti ricordi la foto che mi hai mostrato nel mio studio?”;

Annuì senza rispondere.

“Quel giorno le regalai quel foulard azzurro che aveva legato intorno al suo cappello di paglia. Mi colpì talmente tanto la sua reazione a quel semplice dono, una cosa di poco valore comprata su una bancarella di un negozietto del porto che le giurai che per nessun motivo al mondo l’avrei lasciata. Le confessai che l’amavo come non avevo mai amato nessuno nella mia vita, che saremmo rimasti insieme per sempre perchè mi aveva trascinato nella sua vita, nel suo mondo dove tutto era così pulito, così trasparente, così pieno di calore, di amore per la vita. Più mi innamoravo di lei e più facevo fatica ad accettare quella che era stata la mia vita degli ultimi anni.

Scappammo via, ci isolammo da tutto e da tutti: non esisteva più niente: nè il tempo, nè lo spazio…solo io e lei ed il nostro immenso amore che ci travolse come un fiume in piena. Era una calda sera d’estate e i nostri corpi giovani impazienti di conoscersi, di toccarsi, di appartenersi.

Era poco più di una bambina ma il suo amore era talmente grande…e lo donò a me…capisci?”;

Kora respirava a fatica: quel nodo in gola continuava a stringere e le lacrime cominciarono a salire agli occhi.

“Fu mia…ci amammo per tutta la notte su quella spiaggia deserta…ricordo come se fosse ieri il suo viso illuminato dalla luna e i suoi occhi che risplendevano più delle stelle”.

Il suo sguardo sembrava lontano, perso nel ricordo di quei momenti così importanti.

“Mi disse – Ti amo Bill, ti amerò per tutta la vita e anche oltre- ed io le credetti perchè sapevo che ne sarebbe stata capace. Il suo cuore apparteneva a me per sempre. Fu una notte meravigliosa… la notte più bella della mia vita. Lei mi fece capire cosa significasse sentirsi amati… donarsi ad un’ altra persona  completamente, senza paure, senza riserve; abbandonarsi completamente tra le sue braccia senza il timore di doversi difendere. Era una sensazione così bella, così immensamente grande:  profonda e sconosciuta allo stesso tempo. Mi sentii finalmente un uomo libero, non mi importava più del successo, dei soldi, della carriera….a cosa potevano mai servirmi? Io avevo già tutto. Avevo lei.”

Sospirò con tanta malinconia e i suoi occhi si incupirono leggermente.

“Il giorno che seguì purtroppo segnò l’inizio della fine.

Suo padre ci scoprì sulla spiaggia. L’avevano cercata tutta la notte e quando la trovarono me la portarono via…me la strapparono dalle braccia. Non servì a nulla dire ai suoi genitori che l’amavo più della mia stessa vita. La rinchiusero in casa per giorni senza riuscire a vederci. Intanto David ci telefonò dicendoci di rientrare in Germania. La vacanza era finita e i miei doveri mi riportarono tristemente a quella che era la mia realtà.

Grazie all’aiuto di sua cugina riuscii a farle avere un messaggio dicendole che sarei partito presto e che volevo rivederla, che avevo un miliardo di cose da dirle e che mi mancava terribilmente.

Non so come riuscì a fuggire. Mi raggiunse sulla spiaggia, a quel bar dove ci eravamo dati il nostro primo appuntamento.

Quando mi guardò negli occhi capì immediatamente che quello sarebbe stato un addio.

Iniziò a piangere ancor prima che aprissi bocca.

Cercai di consolarla, le feci mille promesse, la rassicurai che sarei tornato a riprenderla alla fine della primavera e saremmo fuggiti insieme.

Le promisi che sarei tornato alla fine della stagione delle piogge, in quel luogo,  e lei giurò di aspettarmi lì su quella spiaggia per tutti i giorni della sua vita”.

Ad un tratto si interruppe come se non avesse avuto più la forza di continuare.

Kora si avvicinò a lui e gli prese la mano.

La voce era solo un soffio, smorzata da tutte quelle emozioni ma sapeva che non era ancora finita.

Doveva farsi coraggio e porre quella domanda.

“Sei tornato a cercarla?”;

Suo padre indurì la mascella.

Aspettò qualche secondo prima di rispondere.

“No”.

continua

“La Stagione delle Piogge”. Capitolo XII

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Capitolo XII

“Anch’io ho bisogno di parlarti papà…..dobbiamo chiarire un paio di cosette e che tu voglia oppure no, questa volta dovrai ascoltarmi”.

“Andiamo nel mio studio, lì saremo più tranquilli”;

“Solo se mi prometti che non inizi a fumare….non lo sopporto”.

Bill sospirò rassegnato: “Ok , te lo prometto”.

Salirono in silenzio le scale: Bill davanti e Kora dietro di lui.

Analizzava il suo incedere lento, le sue spalle curve, la testa leggermente inclinata in avanti e sembrava che su quelle spalle sostenesse il peso del mondo intero.

“Prego”; le aprì la porta del suo studio e la fece accomodare.

Kora si guardò intorno, quello era il regno di suo padre: il luogo in cui si dedicava al suo lavoro e dove si rifugiava durante le sue fughe dalla realtà.

Tutto era avvolto dalla penombra.

“Prendi quello sgabello e siediti qui, vicino a me”.

Kora non se lo fece ripetere.

Si accomodò su quello sgabello alto ed osservava tutto dall’alto verso il basso; persino suo padre sembrava diverso, così insicuro….così indifeso.

La sua scrivania era coperta di fogli e spartiti,  una penna abbandonata, un bicchiere vuoto, una bottiglia di whisky intatta e il posacenere stracolmo di mozziconi.

“Innanzitutto volevo chiederti scusa”;

la voce di suo padre la riportò alla realtà.

Kora lo guardò finalmente negli occhi.

“Ho completamente dimenticato che dovessi rientrare a scuola. E’ stata una mancanza imperdonabile da parte mia ma”;

“Non me ne importa niente papà”.

Bill la guardò sorpreso.

“Io sono preoccupata per te, lo capisci?”.

Kora aveva gli occhi tristi e le labbra piegate in una smorfia.

“Che ti sta succedendo? Me lo dici per favore? Non dormi, non mangi, fumi una sigaretta dietro l’altra e te ne stai rintanato in questo posto che puzza come una ciminiera”.

Suo padre sorrise a quell’affermazione ma lo sguardo severo con cui lo osservava lo fece smettere immediatamente.

“C’entra Elena, ne sono convinta”.

Bill sospirò di nuovo e stava per prendere il pacchetto delle sigarette quando si ricordò della promessa che aveva appena fatto a sua figlia.

“Già…riguarda lei…e me. Riguarda le nostre vite, una montagna di errori, un enorme senso di colpa che non mi abbandona mai…e l’Amore…l’unico vero amore che abbia mai conosciuto”.

Kora sbarrò gli occhi per la sorpresa.

– E la mamma?….ed io? Cosa rappresentiamo noi?- quella fu la prima cosa che le saltò in mente ma  si guardò bene dal pronunciare anche una sola parola.

Doveva stare calma e controllarsi e soprattutto, doveva dare a suo padre la possibilità di spiegarsi senza mettersi sulla difensiva e magari, cercare di comprenderlo.

“Vedi”; continuò Bill,

“nego da così tanto tempo la realtà anche a me stesso che alla fine, mi sono abituato a convivere con questo malessere, questa incompletezza…questo vuoto che non si colma mai”

In quel momento quasi si vergognò di se stessa. Suo padre era così fragile.

Voleva sapere la verità, conoscere la ragione di quella malinconia e dissiparla dal suo cuore,  aiutarlo a ritrovare il sorriso e ad essere felice anche a costo di restarne ferita.

“Avevo riposto quell’album in soffitta tantissimo tempo fa e assieme ad esso, speravo di aver seppellito anche i ricordi ma tu, lo hai riportato nella mia esistenza e mi stai costringendo a fare i conti con il passato”.

Kora abbassò la testa senza dire nulla.

“Non vado fiero di come mi sono comportato con lei e, cosa peggiore, ho paura del tuo giudizio”.

“Ma che dici papà? Io non potrei…”;

“E invece lo farai e sarai severa probabilmente come lo è stata lei in tutti questi anni…. sai, aveva la tua età quando ci siamo innamorati”.

“Davvero?”;

Bill annuì senza rispondere.

“Ho bisogno di un pò di tempo Kora; cerca di capire tesoro, devo..devo mettere  ordine nei miei pensieri  solo allora, potrò parlarti di lei”.

“Non è una scusa per eludere l’argomento, vero?”;

Bill la guardò contrariato.

“Non offenderti papà se ti parlo in questo modo ma troppe volte mi hai detto che avevi bisogno di tempo e poi hai sempre evitato di affrontare il discorso”.

“Non questa volta. Facciamo un patto…come due adulti, vuoi?”;

“D’accordo”.

“Appena avrai finito di dipingere quel quadro, ti racconterò la nostra storia”.

Kora inarcò il sopracciglio: era un tantino scettica ma decise di accettare.

“Ok. Ci sto”.

“Mi dici cosa ti ha spinto a fare quel ritratto?”;

sua figlia sembrò riflettere sulle parole da usare.

“Non lo so. C’è qualcosa che mi attira molto nel suo volto…una grande forza, una determinazione che raramente ho visto negli occhi di una ragazza….forse solo nei tuoi.  Quando ho visto le sue foto, beh, non so…ho avvertito la sua positività, non so se mi spiego”;

Bill la ascoltava incredulo ed affascinato allo stesso tempo.

Anche lui, quando l’aveva vista la prima volta, non si era fermato all’aspetto esteriore; i suoi occhi avevano parlato immediatamente al suo cuore.

Elena era proprio così: forte, determinata, diretta e cristallina come una goccia d’acqua.

“Capisco perfettamente” disse sorridendo.

” E’ solare, sincera…e quando ti guarda papà…”;

Bill trattenne il respiro;

“Doveva amarti veramente tanto” concluse.

Suo padre sentì il cuore martellargli furiosamente nel petto; sua figlia, con il suo animo sensibile aveva saputo guardare attraverso quelle foto e leggervi l’essenza di Elena, la purezza dei suoi sentimenti e ancora una volta non potè fare a meno di  disprezzarsi.

“Papà?”;

“Si?” la sua voce lo destò da quei pensieri.

“Posso prendere un attimo il tuo album?”;

Bill non capiva il motivo di quella richiesta ma accennò un sì.

Kora si alzò, lo prese con cautela e lentamente sfogliò le pagine fino a quando trovò la foto che stava cercando e gliela mostrò.

“Ecco, guarda… vedi come ti guarda? Con quanta forza  esprime ciò che prova per te…forse tu non ci hai nemmeno fatto caso”.

Guardò attentamente quella immagine: l’aveva vista e rivista mille volte quella foto. Quello fu un giorno speciale per loro, un giorno che lui non avrebbe mai dimenticato.

“Così, aveva la mia età eh? …ahhh!”  sospirò e con un gesto plateale tornò a sedersi:

” La invidio”.

“E perchè?” gli chiese curioso.

“Perchè ha avuto il  tuo amore, i tuoi pensieri, la parte migliore di te per tutti questi anni”.

Bill arrossì leggermente e abbassò lo sguardo.

“Anche tu hai avuto la parte migliore di me: non sono poi da buttar via come padre….o sbaglio?”;

“Eccetto oggi?” rispose pungente.

Bill colto sul vivo non replicò;

“eccetto oggi”.

“Sei un bravo papà e, non mi hai mai fatto mancare il tuo affetto e le tue attenzioni nonostante tutto. Vabbè, vado a studiare. Per domani ho una montagna di compiti”.

“Ok” disse sollevato.

La conversazione era finita, almeno per il momento e Kora si era dimostrata matura e comprensiva.

Stava per uscire quando si ricordò di un altro problema spinoso da risolvere:

” Per caso hai sentito …tua madre?”;

“Non preoccuparti. Ci ho pensato io” disse anticipandolo.

“Quando mi ha chiesto di te, le ho detto che stavi parlando con il prof di matematica”.

Bill, tirò il fiato per un attimo.

“Sono in debito con te”.

“Già, non dimenticartene. Ricorda la tua promessa papà: il ritratto a breve sarà finito e tornerò qui ad esigere delle risposte”.

Bill la vide aprire la porta dello studio e richiudersela alle spalle.

Scosse leggermente la testa.

Ora non aveva più scuse dietro le quali nascondersi, ora doveva guardare in faccia alla realtà, esaminare a fondo la sua coscienza, porsi davanti allo specchio della sua anima e ammettere una volta per tutte che aveva distrutto i sogni di Elena e con quelli, aveva distrutto anche se stesso.

Si voltò a guardare quella foto: quegli occhi scuri adesso come lo avrebbero guardato?

Con odio, con risentimento….con beffarda ironia?

Se solo avesse saputo, in tutti quegli anni, quanto le era mancata….

….. “Dai Elena, andiamo. Fa troppo caldo e ho voglia di bere qualcosa di fresco”.

“Solo un attimo Bill”.

Avevano trascorso l’intera mattinata in giro per negozi e il caldo intenso e la lunga camminata lo avevano stancato.

La guardava rovistare tra parei, costumi, allegri foulard colorati, sulla bancarella del negozietto del porto.

“Cosa stai cercando?” le si avvicinò curioso.

“Questo. Guardalo Bill, è bellissimo, mi piace tantissimo”.

Tra le mani stringeva un foulard azzurro con delle striature di colore beige e blu scuro. Doveva piacerle veramente molto perchè lo guardava entusiasta.

Quando vide il cartellino col prezzo, le labbra assunsero una strana espressione e lo mise via.

“Andiamo” disse prendendo la mano di Bill, allontanandosi.

“Perchè non lo hai preso? “.

“Perchè non è poi così bello” rispose increspando un pò la fronte.

Si sedettero al tavolino del bar e Bill ordinò due tè freddi e passarono lì la mezz’ora successiva fino a quando la riaccompagnò a casa per il pranzo.

Sulla strada del ritorno, passò per quel negozietto e cercò il foulard.Trenta euro erano eccessivi e sicuramente non li valeva ma non ci pensò un attimo.

Lo prese e si fece fare un bel pacchettino.

Glielo avrebbe dato quel pomeriggio.

Voleva tanto vedere l’espressione sorpresa e felice che si sarebbe disegnata sul suo volto.

Il tempo sembrava non passare mai e i minuti sembrarono ore.

Erano quasi le tre quando la vide spuntare dal piccolo sentiero in mezzo alla pineta che conduceva alla spiaggia.

Aveva il cuore che gli batteva all’impazzata, era impaziente ed entusiasta mentre stringeva il pacchetto dietro la schiena.

Appena lo vide, Elena gli sorrise e lo raggiunse più velocemente che potè.

“Ciao pigrone! Che ci fai qui così presto? Di solito non ti vedo arrivare  prima delle quattro”;

Si sporse in avanti e lo baciò.

Bill aveva una strana espressione sul viso ed un largo sorriso stampato sulle labbra.

“Dì un pò…c’è qualcosa che vuoi dirmi?”;

“No, perchè?”;

“Perchè non me la conti giusta…. Sembri…strano”;

“No è solo una tua impressione”.

“Bah…sarà. E….se non sono indiscreta, mi dici perchè nascondi le braccia dietro la schiena?”;

“Non sto nascondendo proprio niente”;

“Ah no? Allora vediamo che hai lì dietro” e si sporse un pò per guardare ma lui si allontanò di scatto.

“Ma niente, ti ho detto che non ho niente”;

“Davvero?” e cominciò a fargli il solletico.

Bill spostò le braccia in avanti rivelando il pacchetto.

“Non avevi niente eh? Bugiardo!”.

“Uffa, ma non ti si può fare una sorpresa!” si lamentò con un finto broncio sulle labbra.

“Una sorpresa? Per me?” chiese con gli occhi che le si illuminarono per la gioia.

“Si, è per te” e le porse il minuscolo pacchetto avvolto in un semplice foglio di carta da regalo con i papaveri rossi e un grosso nastro verde.

Elena lo stringeva tra le mani senza avere il coraggio di dire niente.

“Aprilo” la incalzò Bill;

lei lo guardò un attimo negli occhi e poi, con mani incerte iniziò ad aprirlo.

Quando finì di scartarlo e vide il foulard che le piaceva tanto, il voltò le si illuminò dalla felicità.

Bill si aspettava che da un momento all’altro lanciasse un urlo e facesse un salto, dopotutto desiderava quel foulard e invece…

la sua reazione lo lasciò completamente di stucco.

Elena strinse a sè quel foulard e chinò la testa.

Improvvisamente vide il suo corpo scosso da un leggero tremore.

Si avvicinò e con l’indice, le sollevò il mento per poterla guardare.

Bill sbarrò gli occhi: grosse lacrime le solcavano il viso.

“Hei, che succede?” le chiese preoccupato.

Lei non rispose.

Continuava a piangere silenziosamente.

“Forse non è quello che volevi?”;

Lei scosse la testa.

“Mi dispiace….devo averlo confuso….eppure ero certo che fosse questo”.

Elena gli lanciò un braccio intorno al collo mentre l’altro stringeva il foulard.

Appoggiò il volto al suo petto e le sue lacrime gli bagnarono la leggera camicia di lino bianco.

Bill se ne restò in silenzio senza capire.

La strinse forte a sè e la tenne così fino a quando si calmò.

“Grazie Bill” la sentì sussurrare.

“E’ il regalo più bello che potessi farmi”…..

continua

“La Stagione delle Piogge”. Capitolo XI

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Capitolo XI

Bill se ne stava chiuso nel suo studio pensando alle parole adatte per scusarsi con sua figlia.

Era stato un errore imperdonabile aver dimenticato il suo rientro a scuola dopo il matrimonio di sua madre.

I ricordi di Elena lo logoravano ma questo non avrebbe mai potuto dirlo a sua figlia.

E poi c’era un altro problema: Christine.

Sicuramente avrebbe chiamato Kora per sapere della scuola….non osava immaginare la scenata che gli avrebbe fatto.

Poteva sentire chiaramente i suoi rimproveri con quella aria saccente e il continuo ricordargli che non era stato un buon marito ma che almeno si preoccupasse di essere un buon padre!

“Dopotutto, Kora è anche tua figlia o lo hai dimenticato!” quella frase rumoreggiava continuamente nella sua testa: Christine non faceva altro che rinfacciarglielo.

Rimurginava su quei pensieri quando il telefono cominciò a squillare.

Parli del diavolo…..pensò fra sè.

“Pronto?” sospirò pesantemente preparandosi al peggio.

“….Ciao fratellino, come stai?”;

Bill tirò un enorme respiro di sollievo quando sentì la voce di Tom.

“Ciao, che bella sorpresa. Come va?”;

“….A me bene ma non posso dire altrettanto di te, vero?”;

Come sempre suo fratello aveva intuito i suoi stati d’animo.

“Già……non è un bel periodo”.

“….Che succede? Quella piccola peste di tua figlia ti sta rendendo la vita difficile?”;

“Diciamo….è tutto un insieme di cose”.

“…  Ti decidi a dirmelo subito o come al solito ci giri intorno per evitare l’argomento?”;

Suo fratello lo conosceva meglio di chiunque altro.

“Oggi ho dimenticato che Kora dovesse tornare a scuola….”;

Tom non rispose, aspettò con calma che suo fratello continuasse.

“Questa notte ho avuto un incubo….sono uscito all’alba e sono rientrato solo poco fa”.

“…..Mmm, direi che hai fatto una c*****a enorme!”;

“Questo lo so già, non hai bisogno di ricordarmelo!” ribattè seccato.

“….Dimmi di quell’incubo”;

Bill era ancora infastidito dall’osservazione di suo fratello.

“Ma niente…..vecchi ricordi, scheletri nell’armadio tutto qui” tagliò corto cercando di evitare l’argomento.

“….Di un pò….si tratta di Elena?”;

Sbarrò gli occhi per la sorpresa. Doveva aspettarselo, suo fratello poteva leggere i suoi pensieri, era sempre stato così fin da quando erano bambini.

“Si; si tratta proprio di lei: l’ho sognata”.

Allungò una mano verso il pacchetto di sigarette, ne sfilò una e la accese.

“…..Sputa l’osso. Che sta succedendo?”.

Bill inspirò una boccata di fumo e con un pò di reticenza continuò:

“Sta succedendo un casino Tom. Qualche settimana fa Kora ha trovato quel vecchio album di foto….ancora non so come abbia fatto. Avevo persino dimenticato di averlo…sono così confuso, frastornato, io non ci capisco più niente”;

“…. Ha iniziato a fare domande?”;

Annuiva mentre rispondeva a suo fratello;

“Già, puoi immaginare che discussione è saltata fuori. Lei ha insistito tanto per sapere chi fosse, io mi sono arrabbiato moltissimo, sa che non voglio che tocchi le mie cose….”;

“…..e come è finita?”;

“Che io ho dovuto rivelarle il nome e lei si è beccata una settimana di castigo”.

Tom conosceva bene entrambi e sebbene suo fratello si lamentasse della sua adorata bambina, lei non era altro che la versione in gonnella di Bill: petulante, asfissiante chiacchierona, curiosa e talvolta anche invadente.

Tuttavia era una ragazza dolcissima e sensibile e sicuramente era preoccupata per suo padre.

….Kora è una donna ormai, sono sicura che saprà capire. E’ troppo intelligente per farti una scenata di gelosia, poi adesso Christine si è sposata, ha una sua vita….”;

” E’ una donna, hai detto bene e sicuramente non è gelosa ma ha sofferto molto. Ho capito più cose di mia figlia in queste poche settimane che in tutti i suoi 17 anni.  Ha un grande istinto….ha intuito che per me, Elena ha significato veramente molto e ha cominciato ad indagare”.

“….Per te significa ancora molto Bill…forse è stata l’unica nella tua vita che ha saputo davvero capirti”.

“Lo so Tom…lo so. Il punto è che io non sono pronto a fare i conti con il passato, con i miei errori….con quello che le ho fatto”.

…..Non puoi  continuare a nascondere la testa sotto la sabbia in eterno. Eravamo giovani, con il mondo ai nostri piedi non ci importava di niente e di nessuno”.

“Io ho sbagliato con lei….sono stato un egoista e un vigliacco. Come faccio a spiegarlo a mia figlia, me lo dici?….Kora ha la stessa età che aveva Elena quando ci siamo innamorati, come credi che mi giudicherà? Quando ci penso mi sento un verme”.

Tom non rispose.

“E non è finita. Sta dipingendo un quadro: il mare, il volto di Elena…. è come i pezzi di un  grande puzzle. Man mano che lei dipinge mi torna in mente un pezzo della nostra storia e posso assicurarti che i ricordi sono più vivi che mai. Sembra quasi che questi ventisei anni non siano mai passati”.

Si passò una mano tra i capelli stringendo forte gli occhi.  Dopo una breve pausa continuò:

” Ti ricordi quanto era bella?”.

“…Si. Era bella da togliere il fiato…ed era follemente innamorata di te.”

Tom fece una lunga pausa.

….Bill dovrai raccontarle la verità non hai altra scelta ma lo farai appena avrai raccolto le idee e ti sentirai pronto. Tua figlia non ti darà tregua fino a quando non le avrai detto tutto ma saprà concederti il tempo di cui hai bisogno. Dille…..dille che gliene parlerai appena avrà finito il dipinto. A quel punto tutti i pezzi di quel puzzle saranno al loro posto…”;

” come i miei ricordi” Bill finì la frase al posto di suo fratello.

….Ci sentiamo presto, ok?”; stava per riattaccare quando sentì la voce di Bill.

“Tom?…. Grazie”.

“….la pianti con queste s******te?” e chiuse la conversazione.

Quella chiacchierata con suo fratello gli aveva restituito un pò di conforto.

Il passato ritorna sempre in un modo o nell’altro ed era arrivato il momento di affrontarlo, suo malgrado.

Sollevò lo sguardo verso l’album.

Lo aprì a caso e vide Elena e la sua bicicletta.

Un sorriso gli si dipinse sulle labbra…..

“….Oh dai Bill! Quante storie. Ti ho chiesto solo di fare una passeggiata in bici, non ti ho mica detto di scalare l’Everest!”;

“Mi dici dove vado a prendere una bici?”;

“Ti ho già detto che c’è quella di mio padre. La prenderò dal garage quando lui va a fare il suo sonnellino pomeridiano dopo pranzo e ce ne andiamo in giro, io e te…. da soli”;

“Ti rendi conto che a quell’ora ci saranno almeno 40 gradi! Farà un caldo soffocante….”;

“Vabbè, se non vuoi venire, non importa”;

Elena aveva smesso di sorridere e aveva messo il broncio.

Era molto contrariata dai suoi continui rifiuti: doveva fare i conti con la sua pigrizia e questo molto spesso faceva a pugni con la sua innata voglia di vivere.

Lei non era mai stanca, non si annoiava mai, sapeva trovare il lato divertente anche nelle cose monotone.

Se ne stava zitta zitta, accigliata, le labbra strette in una smorfia ed evitava accuratamente di guardarlo.

Bill, al contrario, la guardava con attenzione ma non sapeva come comportarsi.

“Ti va un gelato alla nocciola?” tentò di rompere il ghiaccio;

“No, grazie”.

“Un tè alla pesca?”;

“No, grazie”;  guardò l’ora sul cellulare e poi si alzò, raccolse le sue cose e le infilò nello zaino.

“Che succede? Perchè te ne stai andando?” le chiese preoccupato.

“Perchè è ora di pranzo”.

“Ci vediamo dopo?”;

“No”.

“Come, no? E perchè”;

“Perchè io vado a fare un giro in bici”;

“E io?”;

“Tu fai quel che vuoi.”

Questa volta non era affatto disposta a cedere ai suoi capricci e alle sue lamentele.

“Stai scherzando……vero?”;

“Mai stata più seria Bill. Ci vediamo”.

Bill si aspettava il solito bacino  ma lei si allontanò senza nemmeno voltarsi.

“Elena!” la raggiunse velocemente.

“Dai ti riaccompagno a casa”;

“Non è necessario. Alessandra! Alessandra aspettami vengo con te” disse rivolgendosi a sua cugina.

Si infilò il casco  e salì sullo scooter lasciandolo lì a fissarla.

“Che hai combinato? Perchè è andata via in quel modo?” suo fratello aveva assistito a tutta la scena.

“Si è infuriata perchè non voglio andare in bici oggi pomeriggio”.

“Sei sempre il solito, Bill…..”;

“Adesso non mettertici anche tu!” e stizzito si recò al bar a prendere qualcosa da bere.

Erano da poco passate le due; Elena aveva indossato un abitino di lino bianco, si era fatta due graziose treccine e facendo attenzione a non farsi sentire, sgattaiolò sul retro della casa.

La sua bicicletta rossa era lucidissima.

Quella mattina era passata al mercato e aveva comprato delle margheritine gialle di stoffa e le aveva sistemate tutte intorno al cestino di vimini.

“Posso venire con te?” ;

riconobbe immediatamente quella voce e voltandosi,  il viso le si illuminò dalla gioia.

Bill se ne stava appoggiato al  cancello di casa sua e la guardava con tenerezza.

“No” gli rispose secca ma sorridente.

Bill non si aspettava certo quella risposta, la guardò perplesso ma divertito stette al gioco.

“Allora vorrà dire che ti seguirò”;

Lei lo guardò con i suoi grandi occhi scuri e continuava a sorridergli.

“Forse…. per questa volta….potrei fare un’eccezione e…. portarti con me”;

Bill le si avvicinò, la strinse forte e guardandola negli occhi le sussurrò:

“Lo vedi? Solo tu sei capace di farmi fare anche ciò che non voglio”.

“Sarà perchè ti amo pazzamente e tu non puoi resistermi?”;

“….Soprattutto se te ne vai senza darmi nemmeno un bacio”.

“A quello si può rimediare subito”; gli lanciò le braccia al collo e si sollevò in punta di piedi. Socchiuse gli occhi e lo baciò con trasporto.

Era un uragano di emozioni: il suo profumo,  le sue braccia che lo stringevano forte, le sue labbra morbide e vellutate.

Sentirsi parte di quell’universo di amore sconfinato era indescrivibile.

Non avrebbe mai voluto staccarsi da lei, avrebbe voluto che il tempo si fermasse solo per irradiarsi di quel calore e invece lei si allontanò lasciandolo frastornato.

Era corsa a prendere la bici di suo padre.

“Bill dai, vieni qui….aiutami”;

“Sei sicura che non se ne accorgerà?”;

“Figurati, puoi stare tranquillo”.

Montarono sulle selle e cominciarono a pedalare velocemente.

Il sole li investiva con i suoi raggi caldissimi mentre il vento li rinfrescava con la sua brezza leggera.

“Dai pigrone muoviti!”;

Elena rideva felice mentre Bill arrancava per raggiungerla.

Giunsero nella pineta e improvvisamente Elena rallentò fino a fermarsi.

“Beh? Che succede?” Bill tornò indietro di qualche metro;

“E’ successo qualcosa? Hai bucato?”;

“No. E’ tutto perfetto. Chiudi gli occhi Bill”;

” E perchè dovrei farlo?”;

“Uff! tu chiudi gli occhi e basta”.

Lui fece come le aveva detto.

“Lo senti questo odore?”;

“Si…è l’odore dei pini”;

“E senti il rumore delle onde che si infrangono?”;

“Si, sento anche quello”.

“Non è piacevole questo vento fresco che soffia tra gli alberi? Lo sento sulle guance, sugli occhi, tra i capelli…..” aprì gli occhi e lo guardò.

“Questo è il mio senso di libertà e….volevo condividerlo con te”.

Bill aprì gli occhi ma guardandola, la vide sotto una luce diversa.

Quella ragazzina gli stava rubando l’anima.

Lo stava trascinando in un mondo dal quale sarebbe stato difficile tornare indietro.

Lo stava catapultando nel suo mondo fatto di valori, di ideali, di passioni forti……

voleva che vedesse le cose con i suoi occhi, che provasse le sue stesse emozioni, che amasse la vita esattamente come la amava lei…….

“Signor Kaulitz, mi scusi, la Signorina Kora è appena tornata a casa” La voce di Gertrude proveniente dall’interfono lo destò da quei ricordi.

“Grazie mille, scendo subito”.

Si alzò dalla sua poltroncina ed uscì dallo studio.

Scese velocemente le scale e raggiunse il salotto; Kora stava accarezzando Hugo che come al solito se ne stava sdraiato sul tappeto.

“Ciao tesoro”;

“Ciao papà, come stai?”;

“Mi scusi Signor Kaulitz, gradisce il pranzo?” Gertrude attirò l’attenzione di tutti smorzando un pò la tensione e l’imbarazzo.

“Ma come, sono le quattro e ancora non hai pranzato?” Kora lo rimproverò.

“Non ho fame ma non preoccuparti. Kora ho bisogno di parlarti”.

“Anch’io ho bisogno di parlarti papà…..dobbiamo chiarire un paio di cosette e che tu voglia oppure no, questa volta dovrai ascoltarmi”

………………continua

“La Stagione delle Piogge”. Capitolo X

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Capitolo X

“….Si può sapere che ti prende?” Elena lo guardò dritto negli occhi;

“è da un’ora che te ne stai seduto lì senza dire una parola!”; Bill abbassò lo sguardo e sospirò.

Elena scosse la testa.

“Mi dici  perchè hai insistito tanto per stare stare da solo con me se non fai altro che guardarmi e sospirare?”;

ma Bill continuava a non dire nulla.

“Dai musone, dimmi, sei ancora arrabbiato con me per oggi? Lo sai, i miei sono  intransigenti…..però me la sono svignata appena ho potuto e sono corsa da te”;

“Non è per quello….”;

“e allora qual’è il motivo? Giuro io non riesco a capire!”;

“non….non è facile”;

“almeno provaci, no?”;

“Elena, io….io….volevo dirti”;

“Cosa?”; raddrizzò la schiena aspettando una risposta;

“Che io…..insomma, che tu….” Elena si rilassò sedendosi più comodamente.

“Di questo passo faremo notte!” ;

Si sporse appena dalla barca, raccolse un pò di acqua di mare e  lentamente cominciò a bagnarsi il viso.

“Bill, se non ti decidi a parlare, ti mollo qui e raggiungo la riva a nuoto! Fa caldissimo….”.

Bill guardava quelle gocce di mare brillare sulla sua pelle come piccoli diamanti e accarezzarle piano il corpo scivolando lentamente come lacrime.

“Ecco…tu,tu…” ma all’improvviso gli mancò il respiro;

Elena  stufa aveva preso dell’acqua e gliel’aveva lanciata contro bagnandogli la maglietta.

“Continuerò fino a quando non mi dici cos’hai….anzi farò di peggio” si sporse verso di lui facendo oscillare paurosamente la piccola imbarcazione e cominciò a fargli il solletico.

“Basta, basta ti prego….ti prego…non resisto” Bill continuava a ridere ed Elena non accennava a smettere.

“Ah! Vedo che questo è il tuo punto debole eh? Bene….” e continuava a pizzicargli i fianchi;

“No per favore…per favore….basta…” poi all’improvviso le afferrò le mani e gliele strinse forte.

In quel momento i loro occhi si incrociarono e si fissarono per un lungo interminabile istante.

Lo sguardo intenso di Elena raggiunse l’angolo più remoto del suo cuore: quegli occhi penetravano tutte le sue difese, sembravano saper leggere tra le righe del suo essere e catturare l’essenza della sua stessa vita.

Sembrava quasi che quegli occhi fossero stati creati per dare finalmente pace al suo animo tormentato.

Con lei  sentiva di poter essere finalmente se stesso, come non lo era più da tanto tempo.

Con lei non riusciva a nascondersi, non gli riusciva di mentire, di indossare la solita maschera di finzione: con lei era semplicemente Bill…il ragazzo sensibile   ed emotivo che per una volta nella vita non aveva paura di mostrare la sua vera indole.

Lei sapeva vedere oltre l’immagine riflessa e lentamente, con il cuore che sembrava scoppiargli nel petto per ciò che sentiva e il respiro sempre più accelerato le liberò le mani e, delicatamente cominciò ad accarezzarle una guancia.

“Sei straordinaria…”;

Elena restò in silenzio continuando a guardarlo negli occhi.

“Tu non immagini quanto sei importante per me. Vedi….da quando ti ho vista la prima volta…tu hai scatenato qualcosa dentro il mio cuore…qualcosa che non immaginavo potesse accadermi”.

Una leggera brezza le scompigliò i capelli riversandoglieli sul viso.

Elena abbassò lo sguardo.

Bill prese una ciocca  e gliela sistemò dietro un orecchio.

“Sei bellissima Elena,  sei tenera e malinconica, sei entusiasmo e gioia di vivere. Io non ho mai conosciuto una ragazza come te. Tu non hai paura di essere come sei, non hai paura del giudizio degli altri e soprattutto dici sempre quello che pensi.”

Le sollevò il mento e la guardò intensamente:

“Non so come ci sei riuscita ma,  mi sei entrata dentro… sei un fuoco  che non riesco ad arginare”.

Si avvicinò ancora di più a lei tanto che i suoi respiri tiepidi gli lambivano il viso.

La vide rabbrividire e tremare mentre si mordeva le labbra.

Anche i suoi respiri erano veloci, anche il suo cuore martellava forte nel petto…..forse, forse anche lei provava le sue stesse emozioni, forse aspettava solo un suo gesto…una parola.

Le circondò la vita sottile e la attirò a sè : erano vicinissimi, i loro respiri simultanei, i loro cuori battevano all’unisono; i loro occhi si cercarono ancora una volta e finalmente le labbra di Bill sfiorarono le sue in un bacio innocente carico di significati.

Quando finì, Elena gli lanciò le braccia al collo ed appoggiò il viso sul suo petto.

“Perchè ci hai messo così tanto?”; aveva ancora il respiro corto.

Sollevò un pò lo sguardo e lo guardò timidamente:

“tu non lo sai ma, mi sono innamorata di te quel giorno sulla spiaggia, quando il vento ha fatto volare via il mio cappello e tu lo hai raccolto….pensavo che non ti saresti mai accorto di me”.

“Stai scherzando? “;

lei sollevò la testa e la scosse vigorosamente facendo cenno di no;

Quello sguardo così intenso, la sincerità delle sue parole, le sue labbra che tremavano appena…

“Elena…io ancora non posso crederci. Dimmi che è tutto vero, dimmi che non stai mentendo, ti prego….dimmi che non ti stai prendendo gioco di me”;

Lei gli prese le mani e le strinse tra le sue: “Io ti amo Bill….”

– Io ti amo Bill, ti amo Bill, ti amo –

Bill si sollevò di scatto senza sapere bene dove si trovasse: aveva gli occhi sbarrati e il cuore che gli batteva forte nel petto mentre quelle parole continuavano a riecheggiare nelle sue orecchie.

Si guardò intorno e riconobbe la sua camera.

Accese la lampada sul tavolino e guardò la sua immagine riflessa nello specchio: era nel suo letto, il torace nudo si alzava e si abbassava seguendo il ritmo accelerato dei suoi respiri, la fronte madida di sudore e le lenzuola di seta color crema riverse in parte sul pavimento.

Guardò la sveglia sul tavolino: erano appena le tre del mattino.

Un sibilo catturò la sua attenzione: il vento soffiava forte tra i rami degli alberi che sembravano piegarsi.

Era solo un sogno.

L’aveva tenuta ancora una volta tra le sue braccia e le aveva detto di nuovo le stesse parole di quel giorno: aveva rivissuto l’emozione di quel primo bacio….

Scostò le lenzuola e si mise seduto, stringendosi la testa fra le mani.

– Ti amo Bill – sentiva ancora la sua voce che glielo sussurrava piano.

“Elena…è passato tanto tempo perchè il tuo ricordo ancora mi tormenta? Ti ho fatto del male ma ho sofferto abbastanza non ti sembra? Ho pagato caro il mio conto con la vita”.

Si alzò in piedi  ed iniziò a camminare nervosamente avanti e indietro per la stanza indossando solo un paio di boxer neri poi si avvicinò alla finestra e guardò fuori: il vento continuava a tormentare gli alberi con la sua forza irruenta, così, come i suoi ricordi scuotevano violentemente la sua anima.

Sollevò lo sguardo sulla sua immagine: era un’ombra; si era solo l’ombra di se stesso, di quello che era un tempo; perfino quei tatuaggi, ora sembravano solo macchie di colore prive di significato sul suo incarnato pallido.

Dove era sparito quel ragazzo? Perchè aveva perso il controllo sulla sua vita e sui suoi sentimenti? Quando aveva smarrito la giusta direzione?

Domande, sempre domande alle quali non sapeva rispondere e continuava a trascinarsele dietro come un pesante fardello, come la colpa.

Si passò una mano tra i capelli poi andò spedito nel suo bagno e si infilò sotto la doccia.

Era quasi giorno quando uscì silenziosamente dalla sua camera.

Aveva bisogno di una boccata d’aria: tra le pareti della sua stanza si sentiva soffocare.

In punta di piedi e con il fiato sospeso oltrepassò la camera di Kora; sperò che non lo sentisse sgattaiolare via, non aveva voglia di darle spiegazioni….non aveva voglia di parlare con nessuno.

Scese di sotto, nel grande salone: Hugo appena lo sentì balzò in piedi scodinzolando festosamente e mugolando.

“Buono Hugo, sta zitto!”;

ma il cane sembrò non ascoltarlo così Bill si infilò la giacca, afferrò le sigarette sulla mensola dell’ingresso poi prese il guinzaglio e, seguito dal labrador, uscì.

Il vento, ancora piuttosto freddo, gli sferzò il viso.

Inspirò profondamente per un paio di volte poi si portò una sigaretta alla bocca e la accese.

I suoi nervi sembrarono calmarsi immediatamente sotto l’effetto della nicotina, Hugo intanto si era avvicinato alla siepe e dopo aver annusato per un pò, espletò i suoi bisognini.

Bill fece qualche passo e subito fu raggiunto dal cane poi, insieme proseguirono verso la collina.

“Buon giorno Gertrude”;

“Buon giorno signorina Kora, la colazione è pronta e Ernst è qui fuori che l’aspetta per accompagnarla a scuola”;

“Grazie mille. Dov’è mio padre?”;

“Sinceramente questa mattina ancora non l’ho visto, credo che sia uscito col suo cane molto presto perchè quando mi sono alzata Hugo non c’era”.

“Mmm…capisco. Prendo solo un toast e un caffè, per cortesia”;

“Come desidera Signorina”.

– Dove sei andato papà? Che cosa ti sta succedendo? Cos’è che mi nascondi?-

Kora era molto turbata ma decise che quelle domande prima o poi avrebbero trovato una risposta a costo di beccarsi una di quelle punizioni che si sarebbe ricordata per tutta la vita.

Due ore più tardi Bill rientrò in casa.

Si tolse la giacca e si avvicinò al camino; sistemò della legna e accese il fuoco.

La lunga passeggiata era servita a riflettere e a calmarsi ma era infreddolito e stanco.

Sprofondò nella poltrona, accavallò le lunghe e sottili gambe in maniera elegante e fissava le fiamme che crepitavano nel fuoco.

“Oh Signor Kaulitz, è rientrato finalmente” la flebile voce di Gertrude alle sue spalle lo fece voltare immediatamente verso di lei.

“La Signorina Kora era tanto preoccupata per lei”.

…..Kora

“Dov’è adesso?”;

“E’ andata a scuola. Mi ha pregato di dirle che quando tornerà nel pomeriggio, ha bisogno di parlare con lei”.

“La ringrazio Gertrude”.

“Desidera la colazione?”;

“Solo una tazza di caffè”;

“gliela porto subito”.

Appena Gertrude si allontanò, Bill lasciò andare la testa all’indietro sul bordo della poltrona e chiuse gli occhi.

Ma come aveva fatto a dimenticarsi di Kora, del suo rientro a scuola?

Doveva restare calmo, non poteva continuare in quel modo.

Kora aveva aperto le porte dei ricordi con tutte le conseguenze di quel passato e lui non era in grado di gestire quei sentimenti con la dovuta serenità e distacco.

Al suo ritorno avrebbe preteso delle spiegazioni….spiegazioni che prima o poi sarebbe stato costretto a fornirgli perchè tanto lo sapeva: sua figlia non gli avrebbe dato pace.

Sospirò pesantemente.

“Il suo caffè, signore”.

Gertrude appoggiò il vassoio sul tavolino di fronte a Bill: Il liquido nero e profumato, fumava nella candida porcellana francese; Bill prese la tazzina e sorseggiò lentamente quella bevanda calda che sembrò restituirgli immediatamente calore e conforto.

Il pendolo alle sue spalle segnava le ore: erano già le undici.

“Meglio riprendere il controllo e rimettersi al lavoro”.

Lasciò l’oziosa posizione e si recò al piano superiore ma passando davanti alla camera di Kora, notò che la porta era aperta e il dipinto era esattamente nella stessa posizione in cui lo aveva lasciato il giorno precedente.

Entrò nella stanza e si pose proprio di fronte ad esso.

Infilò le mani in tasca e cominciò ad osservarlo criticamente.

Tutto era così reale…..

Kora era andata avanti a dipingere ma non era ancora finito.

Man mano che aggiungeva dettagli di colore, il volto di Elena si delineava con maggiore precisione.

I suoi occhi…..i suoi occhi erano proprio di quel colore: scuri come la notte che aveva lasciato nella sua anima.

……………..continua

“La Stagione delle Piogge”. Capitolo IX

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Capitolo IX

“Gertrude?!”;

“Si Signorina Kora” l’anziana donna era intenta a lavare le verdure che avrebbe cucinato quella sera.

“Ha visto mio padre?”;

“E’ nel suo studio”.

Bill, dopo la colazione di quella mattina, si era chiuso nel suo studio e ancora non era uscito.

Kora sapeva benissimo che quando suo padre lavorava era capace di dimenticare tutto ciò che lo circondava; si chiudeva in quella stanza buia, insonorizzata, illuminata solo da una piccola lampada e dalla luce fioca delle sigarette accese ma, mai come in quel momento, era preoccupata.

Non aveva chiuso occhio e, il passato, aveva tormentato il suo animo sensibile scuotendolo vigorosamente.

Si sentiva inerme, fragile; avrebbe voluto tanto aiutarlo ma lui non glielo permetteva.

Ergeva un muro invisibile a difesa dei suoi sentimenti e nessuno, nemmeno la sua adorata bambina riusciva anche solo minimamente a scalfirlo.

“Per favore, quando esce da quel buco, gli dice di venire da me? Sono nella mia camera.

“Ma certo signorina, glielo dirò”.

Gertrude tornò alla sua cena e Kora salì in camera.

Chiuse la porta alle sue spalle e spalancò le pesanti tende che adornavano le sue finestre: la luce era magnifica.

Immediatamente fu colta dall’ispirazione.

Sistemò un grosso telo sul pavimento: originariamente era bianco, ma dopo l’uso frequente aveva assunto l’aria di uno straccio vecchio coperto da macchie indelebili di colore.

Aprì la porta dell’armadio e tirò fuori una tela immacolata ed una grossa scatola.

Con mani esperte cominciò a montare il cavalletto e appena fu pronto, vi sistemò  la tela.

Kora visualizzava chiaramente delle immagini: impugnò una matita  e senza accorgersene, le mani cominciarono a muoversi veloci.

Tratti orizzontali e verticali, luci ed ombre, una serie di chiaro-scuri e poi, quando quello  stato di estasi cessò, sollevò gli occhi  e contemplò lo schizzo.

“Si….è perfetto” mormorò compiaciuta.

Si avvicinò nuovamente alla scatola, aprì uno alla volta tutti i suoi colori poi, dopo aver controllato lo stato dei pennelli e averne scelti alcuni,  pian piano, cominciò a miscelarli  sulla tavolozza.

“Non così ….il blu deve essere più scuro e il giallo…..si forse ci siamo”.

Miscelò i colori un’infinità di volte fino a quando ne fu soddisfatta; si legò i capelli con un elastico ed indossò un vecchio camice giallo, anch’esso macchiato di colori.

Sorrise mentre se lo abbottonava: sua nonna glielo aveva fatto indossare  la prima volta quando era piccola.

Kora si era macchiata il vestitino nuovo che le aveva comprato la mamma e la nonna, per non farla sgridare aveva cercato di nascondere la macchia.

Sapeva bene che Christine si sarebbe arrabbiata moltissimo: non voleva che la bambina le ronzasse intorno mentre dipingeva. Quello stesso pomeriggio la nonna uscì furtivamente e andò a comprarle un vestitino uguale a quello che si era rovinato e la mamma non venne mai a saperlo.

“E il nostro piccolo segreto…..” le sussurrò in un orecchio.

Da allora, ogni volta che dipingeva, indossava quel vecchio camice.

Si sfregò le mani; chiuse gli occhi ed inspirò profondamente assaporando il piacere di intingere il pennello nel colore: quella era la sensazione più bella del mondo.

“No, no…non ci siamo. Così non funziona….”;

Bill aspirò una boccata di fumo e, schiacciando un tasto, fece tornare indietro la base musicale in un punto ben preciso.

Aveva riascoltato quella traccia almeno una ventina di volte ma c’era qualcosa che non lo convinceva.

“E’ troppo banale” e, espirando una nuvola di fumo, cancellò con la preziosa penna l’intera strofa che aveva appena finito di scrivere.

Appoggiò il gomito sulla scrivania e con il pollice si toccò una tempia mentre tra le altre dita, la sigaretta si consumava lentamente.

“Vediamo….forse così potrebbe andare” e mentre elaborava una nuova stesura, il cellulare cominciò a squillare.

Appoggiò la sigaretta sul posacenere e rispose alla chiamata.

“Pronto?”;

“….Pronto Bill? Sono Christine”.

Bill strinse impercettibilmente la labbra:

“Ciao Christine, come va?”;

“…Tutto bene, grazie; e lì?”;

“Tutto bene anche qui” rispose con voce incolore.

“….Come va con Kora? Ti sta facendo impazzire?”;

“La conosci….è sempre la solita”.

“….Ha recuperato matematica?”;

“Si, stai tranquilla. Il professore che ho preso per darle ripetizioni dice che è migliorata molto”.

“….Mangia abbastanza? E’ sciupata? Tu hai le tue idee a riguardo ma lei deve nutrirsi come si deve”;

Bill sollevò gli occhi al cielo mentre cominciava a spazientirsi di tutte quelle domande.

“Sta bene, non preoccuparti!” disse alterando un pochino il tono della voce.

Ma di che diavolo si preoccupava? Sapeva perfettamente che era in grado di prendersi cura di sua figlia! Sempre le stesse, noiosissime domande alle quali era stufo di rispondere.

“….Ti ricordi che domani torna a scuola, vero?”;

Ora aveva completamente perso la pazienza ma si controllò.

“Christine, goditi la tua luna di miele e salutami…..” come si chiamava il tizio che aveva sposato?;

ci pensò su un attimo poi decise di farla breve:

“tuo marito. Ora ti passo Kora, credo che tu sia impaziente di sentirla”.

“….si grazie Bill. Saluti”.

Bill si alzò dalla sua poltroncina di pelle nera e aprì la porta dello studio lasciando filtrare all’interno un pò di aria fresca e la luce che proveniva dalla finestra della stanza di fronte.

“Kora?” disse avvicinandosi alla porta della sua camera ma la ragazza non rispose allora aprì la porta senza bussare ed entrò.

“Ko…” ma ciò che vide lo lasciò senza fiato.

Su una tela di medie dimensioni, era ritratto il mare….era così blu anche nei suoi ricordi e sullo sfondo il volto di una donna solo abbozzato…..

“Papà ma non si bussa?”;

“Cosa?!”; a fatica staccò gli occhi dal dipinto mentre sua figlia lo guardava con aria di rimprovero.

“Hai bisogno di qualcosa?”;

“Si….si, c’è la mamma al telefono; dice che le manchi e vuole parlare un pò con te”.

Passò velocemente il telefono a sua figlia che fece un grosso sorriso.

“Mamma! Che bello sentirti; Come stai?”;

Bill intanto non  la ascoltava più.

I suoi occhi erano attratti da quel dipinto…da quel volto di donna.

Come era possibile?

….Sembrava… Elena.

il suo viso ovale, i suoi capelli scuri lunghi e lisci agitati dal vento e i suoi occhi….i suoi occhi erano esattamente come nella realtà: forti, penetranti, espressivi e pieni di calore.

“Mamma vuoi scusarmi un attimo?”;

Kora guardò suo padre: contemplava assorto quel volto.

La sua espressione era indecifrabile e lei non riusciva a comprendere quali sentimenti stesse provando in quel momento.

“Papà?”;

“Mmm?!”;

“Per favore potresti uscire dalla mia stanza? Vorrei parlare un pò con la mamma….sai cose tra donne”;

“Si…si certo. Me ne vado”.

Si allontanò suo malgrado e, con un peso sul cuore, tornò a chiudersi nel suo studio.

“…Allora, come va? Ti annoi lì col papà?”;

“Un pò. Lo sai qui non c’è niente da fare. Vive in un posto così isolato”;

“….Dimmi Kora…..come sta tuo padre?”;

Christine era ancora molto legata al suo ex marito e nonostante tutto, non riusciva a smettere di preoccuparsi per lui.

“Diciamo che non lo so”.

“…L’ho sentito così strano….beve?”;

“Raramente. Da quando sono qui l’ho visto bere un drink solo una volta ma fuma troppo”.

“…..Già; se non è l’una è l’altra cosa ma continua a farsi del male. E’ sereno?”;

“Non saprei. Lo sai papà è sempre così silenzioso. Si chiude nel suo studio e sparisce per ore, lo vedo solo a pranzo e a cena”.

“….Come ha preso la storia del matrimonio? Te ne ha parlato?”;

“Si. Mi ha detto che tu meriti di essere felice accanto all’uomo che ami”.

Christine rimase a lungo in silenzio.

Kora capì che quelle parole, forse, le avevano fatto molto male.

“Mamma, è tutto a posto?”;

la sentì sospirare pesantemente dall’altro capo del telefono.

“…si, si va tutto bene. Tesoro adesso devo andare. Robert mi sta aspettando per una partita a tennis e non voglio farlo attendere. Mi raccomando: mangia e studia; intesi?”;

“Intesi”.

“….Ti voglio bene, piccola”;

“Ti voglio bene anche io e salutami Robert”;

“…Certo. A presto”.

Kora terminò la conversazione.

Sua madre le era sembrata piuttosto nervosa e non riusciva a comprenderne il motivo.

Appoggiò il telefono sul comodino accanto al letto, riprese i suoi pennelli e continuò a dipingere.

Intanto Bill aveva lasciato perdere ogni cosa.

Si era acceso un’altra sigaretta e aveva preso a battere nervosamente la penna sulla scrivania.

Ma che cosa era saltato in mente a Kora?

Perchè stava dipingendo il volto di Elena?

Sentiva la testa scoppiargli.

Più cercava di non pensare a lei, di dimenticare, di chiudere i ricordi in un cassettino nascosto della sua memoria e di mettere a tacere il suo senso di colpa e più lei tornava prepotente ad impossessarsi  del suo cuore e dei suoi pensieri.

Perchè era tornato a galla quel vecchio album? Ormai lei era come un acquerello sbiadito eppure, improvvisamente i suoi colori erano tornati ad esplodere  vivacemente.

Lanciò la penna con poca grazia sulla scrivania e cominciò a massaggiarsi delicatamente le tempie.

“….Bill, hey Bill che ne dici se oggi pomeriggio prendiamo la barca e ci facciamo un giro?”;

“Dico che sarebbe perfetto ma, non avrai mica intenzione di portare anche tua cugina?”;

“Perchè?”;

“Perchè vorrei stare un pò da solo con te….”;

“Così magari mi racconti un’altra delle tue barzellette?” e scoppiò a ridere.

“No”; la sua espressione divenne improvvisamente seria.

“Mmm….che faccia scura hai. E va bene, andremo solo io e te”;

“Me lo prometti?”;

“Te lo prometto” gli rispose con la sua voce gentile mentre i suoi occhi si riepivano della sua immagine.

Come era bella con quel costume azzurro!

Il grosso cappello di paglia le proteggeva gli occhi dal sole e le sue labbra si dischiudevano in un sorriso.

“Elena! Dai sbrigati, dobbiamo andare” sua cugina la chiamava agitando vistosamente le braccia.

“Devi già andartene?”;

“Si o i miei si arrabbieranno moltissimo. Vogliono che sia puntuale a tavola”.

“Ma io sono appena arrivato…” brontolò imbronciato.

“Già, ma non è colpa mia se sei un dormiglione!” lo rimproverò bonaria.

“Su, non fare quella faccia….ti prometto che appena riesco a liberarmi, ti raggiungo immediatamente e passeremo tutto il pomeriggio insieme”.

Un enorme sorriso si dipinse sulle labbra di Bill ed Elena restò a fissarlo per un pò.

“Elena! Allora ti muovi?” Alessandra la chiamò più forte di prima.

“Tua cugina sembra piuttosto impaziente”;

“Lasciala pure gridare…..adesso non mi importa niente”.

Bill la guardò interrogativo.

“Adoro il tuo sorriso…” e gli accarezzò delicatamente il volto.

“Dovresti sorridere più spesso Bill”.

Quella innocua carezza  gli scatenò una miriade di sensazioni; il cuore gli batteva forte nel petto.

“….Cosa mi stai facendo Elena?….Quando mi guardi in questo modo, non ho difese….ti sei impossessata del mio cuore e ho paura….per la prima volta nella mia vita ho paura di ciò che sento…”

“Vado. Ci vediamo dopo, ok?” e correndo raggiunse sua cugina lasciandolo solo.

………….continua

“La Stagione delle Piogge”. Capitolo VIII

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Capitolo VIII

…..”Che ore sono Tom?”;

“Due minuti dopo l’ultima volta che me lo hai chiesto”;

“Che dici, sto bene con questa maglietta?”;

“Si, stai benissimo…rilassati”;

“…..non posso. E se non venisse?”;

“Vuoi stare calmo? Inizi a fare agitare anche me!”;

“Hai visto come mi guardavano le sue amiche? Cavolo mi sono sentito uno sfigato!”.

Tom si avvicinò a suo fratello guardandolo negli occhi: “La smetti con questa lagna? Verrà!”.

“Come fai ad esserne così sicuro, eh?”;

” Ho visto come ti sorrideva”.

Bill tirò fuori il pacchetto di sigarette dalla tasca dei jeans e ne accese subito una. Aveva bisogno di calmarsi e quella dose di nicotina gli era assolutamente necessaria. Non riusciva a stare fermo e continuava a camminare nervosamente avanti e indietro. Aspirò avidamente una boccata di fumo.

“Ciao Bill”; una voce alle sue spalle lo colse di sorpresa.

Si voltò e la vide: era bellissima con quel vestitino bianco e i capelli legati in una coda. Che buon profumo aveva la sua pelle e le sue labbra rosee appena velate di gloss catturavano completamente la sua attenzione.

Peccato che non fosse sola! Si era portata dietro proprio una di quelle ragazze che lo avevano messo a disagio.

“Ciao Elena, come va?”;

“Bene grazie, e tu?”;

“Bene anch’io”.

“Spero che non ti dispiaccia ma ho portato anche mia cugina….”;

“Figurati, anche io sono qui con mio fratello” ed indicò Tom poco distante che osservava tutta la scena.

Non si era accorto che il fumo della sigaretta era finito nella sua direzione investendola e quando si voltò a guardarla la trovò che si copriva il naso e la bocca con una mano.

“Oh…scusa …non mi ero accorto che….” imbarazzato si allontanò di scatto.

“Stupido! “ pensava mentre con rabbia spense la sigaretta in un posacenere posto su un tavolo.

“Ora…ora va meglio?”;

“Si, grazie. Scusa ma l’odore del fumo mi fa venire la nausea” e gli sorrise.

Bill restò a fissarla con un’espressione indecifrabile: quella ragazza continuava a sorprenderlo. I suoi occhi erano così luminosi e quando sorrideva le si formavano due graziose fossette sulle guance.

“Bill?” Tom cercò di richiamare la sua attenzione ma lui era completamente assorto.

Si avvicinò a suo fratello e sottovoce gli bisbigliò:

“Bill, ti svegli? Che diavolo ti sta succedendo eh?”;

“Perchè?!”;

“E me lo chiedi? Ti stai comportando come un idiota! Invitala a sedere No?”;

“Già, giusto….non ci avevo pensato”.

“Emm….vogliamo….vogliamo”;

“Sediamoci” finì Tom prendendo in mano la situazione.

Si sedettero ad uno dei tavolini e tutti e quattro si guardavano senza sapere cosa dire.

La cugina di Elena bisbigliò qualcosa al suo orecchio ed entrambe scoppiarono in una risatina.

Bill deglutì a vuoto, chissà cosa si erano dette.

“Come hai detto che ti chiami?”; Tom ruppe il silenzio rivolgendosi alla ragazza seduta accanto a lui.

“Alessandra, e tu?”;

“Tom” disse mentre con il suo sguardo attento la squadrava dalla testa ai piedi, soffermandosi eloquentemente su alcuni punti nevralgici.

Bill invece se ne stava zitto e continuava a contemplare Elena che nel frattempo accavallava le gambe e si sistemava il vestito.

Tom continuava a chiacchierare e a fare battute divertenti e, a giudicare dallo sguardo, quella Alessandra doveva interessargli parecchio visto che non le staccava gli occhi di dosso.

“Bill?”;

“Si?”;

“Perchè non ordini da bere?”;

“Si si vado subito” si alzò e raggiunse il bancone del bar.

Poco dopo tornò al tavolo e il cameriere gli servì 4 vodka lemon ghiacciate.

Bill e Tom presero il loro bicchiere e lentamente cominciarono a sorseggiare i loro drinks, le ragazze, invece, si guardarono perplesse.

Continuarono a chiacchierare e a bere e solo dopo un bel pò di tempo, Tom si accorse di un piccolo particolare.

“Come mai non bevete?”: il ghiaccio era quasi completamente sciolto e i bicchieri erano ancora intatti.

“Ecco….vedi, c’è un piccolo problema”; Elena rispose timidamente.

“Un problema?!” Bill si drizzò sulla sedia, scattando come una molla.

“Si, emm…  noi non beviamo alcolici”.

Bill si sentì morire….ne aveva combinata un’altra! Prima la sigaretta, adesso i drinks, non ne indovinava una! Ma che diavolo gli stava succedendo?

Si sentiva a disagio, imbarazzato ed impacciato e una cosa del genere non gli era mai capitata!

Era completamente senza difese:  di fronte a quella ragazza si sentiva un rammolito, un incapace insomma.

Non sapeva che dire, cosa fare, non sapeva se alzarsi o restare seduto, se scusarsi o continuare a rimanere zitto.

“E che problema c’è?” continuò Tom con la solita aria sorniona;

“Ora mio fratello vi farà servire  delle bibite”.

Bill fu profondamente grato a Tom, era bellissimo, in certe situazioni, avere un gemello che ti cavava d’impaccio!

“Si certo,provvedo subito” scostò un pò la sedia e alzandosi, le numerose collane che portava al collo tintinnarono con veemenza e questo incuriosì Elena.

“Che belle!” esclamò con enfasi poi si alzò e si avvicinò al suo petto e le guardò con attenzione.

Il suo viso era così vicino, il suo respiro tiepido gli lambiva delicatamente il collo e, quasi senza accorgersene il cuore cominciò a battergli forte nel petto e il respiro era sempre più veloce.

“Questo ciondolo è proprio bello”; Elena indicò un piccolo rettangolo d’oro e smalto nero.

“Oh, questo?” Bill lo prese tra le dita.

“Si mi piace molto, è …insolito. C’è una incisione sopra…che cos’è?”;

Lui sorrise: “E’ un segreto” disse sollevando un sopracciglio sfoderando un’aria misteriosa.

“Capisco”.

Elena non aggiunse altro. Si sedette di nuovo e si voltò a guardare il mare e il sole che lentamente si accingeva a tramontare.

I raggi rossastri le inondavano il viso; oltre che bella era anche discreta, una qualità che apprezzava molto.

Per la prima volta sentì di potersi fidare, di poter raccontare  a qualcuno, qualcosa di personale senza il timore di poter essere tradito.

Era una sensazione che non provava più da tanto tempo; troppe volte le persone lo avevano ferito: avevano divulgato notizie, informazioni  sulla sua vita, sulla sua infanzia, sulla sua famiglia, ai giornali. Inevitabilmente  si era chiuso in sé stesso senza far trapelare mai le sue emozioni, i suoi sentimenti, i suoi pensieri.

“E’ un portafortuna”; le parole gli uscirono senza che se ne accorgesse.

Elena si voltò a guardarlo:

“Davvero?”;

“Si, me lo ha regalato mia madre e ne sono molto geloso”;

Improvvisamente l’espressione sul viso mutò: abbassò lo sguardo smettendo di sorridere. Sembrava dispiaciuta, rammaricata. Si fissava le mani in grembo e lui non riusciva a capire perchè. Cosa aveva detto di sbagliato adesso? Forse l’aveva inavvertitamente offesa? Cosa?! Non ci capiva più niente.

“Scusa”.

La sua voce era appena udibile e quella parola gli sembrò un soffio.

Bill la guardò meravigliato:

“Scusa…per cosa?”;

“Per essere stata indiscreta, non volevo”.

Quella ragazza aveva la capacità di sconcertarlo  come nessun’ altra.

Si scusava per qualcosa che non aveva fatto.

“Non lo sei stata”.

Elena tirò un enorme respiro di sollievo, il suo volto si rasserenò e, sulle sue labbra comparve di nuovo il sorriso.

“Sei così bella Elena…così sensibile….così delicata. Sei come la luce: a volte limpida, a volte prorompente….a volte solo penombra e mi sto accorgendo di stare bene accanto a te anche se ti conosco appena, anche se a malapena ti accorgi di me….”

“Allora cosa prendete?” la voce di Tom lo destò da quei pensieri;

“Un succo di frutta alla pesca” rispose Alessandra;

“Un tè freddo al limone, grazie”.

Dopo aver bevuto le loro bibite, Elena propose di fare una passeggiata sulla spiaggia e, ancor prima di ricevere una risposta, si slacciò i sandali e a piedi nudi corse  fino a raggiungere la riva.

“Dai Bill, vieni!” sorrideva  e, sollevandosi un lembo del vestito, mettendo un pò in mostra le gambe tornite, lasciava che le onde le accarezzassero la pelle liscia.

Bill la guardava come se non avesse mai visto una ragazza! Seguiva attentamente ogni piccolo movimento estasiato.

Tom gli diede un colpetto sulla spalla:

“Che stai aspettando?”.

Tra giocare a schizzarsi, a correre e a rincorrersi, a ridere spensierati, il tempo passò così velocemente che quasi non si accorsero che il sole era tramontato e le prime ombre della sera si allungavano in quel cielo terso e, prima che se ne rendessero conto, era già spuntata la prima stella.

“Elena, dobbiamo andare!” la voce di Alessandra le giunse da lontano riportandoli alla realtà.

“Ma che ore sono?”;

Bill guardò il suo  prezioso orologio:

“Le otto e mezza perchè?”;

“Oh Santo Cielo! E’ tardissimo…. devo andare. Già lo sento: mio padre mi farà una lavata di testa!”;

Bill non riusciva a capire.

Elena si infilò le scarpe velocemente.

“Ci vediamo domani?” gli chiese mentre si toglieva un pò di sabbia dalle gambe;

“Si, si certo se ti va”;

“Allora domani mattina qui” poi si allontanò di corsa raggiungendo sua cugina ma improvvisamente si fermò, si voltò a guardarlo e tornò indietro e senza che lui avesse il tempo di capire quello che stava succedendo, gli stampò un bacio sulla guancia.

“Grazie per il magnifico pomeriggio. Ciao Bill”.

Lui la vide allontanarsi e la seguì con lo sguardo finchè gli fu possibile.

Si sfiorò la guancia che lei aveva baciato, sentiva ancora il calore delle sue labbra.

“Ciao Elena……”

“Buon giorno papà”;

Bill si voltò e vide Kora  alle sue spalle.

“Che succede, ti fa male un dente?”;

“No, perchè?”;

“Ho visto che ti toccavi la guancia”;

“No, non preoccuparti, è tutto ok ma, come mai sei già in piedi a quest’ora?”;

Kora lo guardò esitante.

“Papà sono  le nove e tra poco arriverà il prof per le ripetizioni di matematica”;

“Le nove?!”; guardò sorpreso il suo orologio: il tempo era passato così in fretta che era sopraggiunto il giorno e lui non se n’era neanche accorto.

Kora si avvicinò e vide l’album aperto sul tavolino accanto al posacenere colmo di mozziconi spenti, una tazzina da caffè vuota rimasta lì dalla sera precedente e suo padre che indossava ancora gli  stessi abiti.

“Non dirmi che non sei andato a letto…”;

Bill si passò una mano sulla testa poi fece spallucce.

“Si, è proprio così”. Kora gli sorrise teneramente.

Sembrava quasi imbarazzato: aveva pensato a lei, a Elena per tutta la notte.

“I ricordi ti hanno tenuto sveglio, eh?”;

“Già” rispose vago.

“Signor Kaulitz, signorina Kora, la colazione è servita”.

Gertrude soffiava silenziosamente quelle poche parole alle loro spalle.

Santo Cielo! Quella donna  faceva venire i brividi!

“Certo, arriviamo subito”.

“Kora, vado un attimo di sopra, ti raggiungo subito. Tu inizia pure senza di me”;

“Ok papà, a dopo”.

Bill raggiunse la sua camera da letto.

Aprì la porta del suo bagno e si sciacquò il viso poi si guardò allo specchio:i suoi ricordi erano ancora proiettati nel presente.

Rivedeva quel bicchiere di tè freddo al limone e i cubetti di ghiaccio, ricordava quel sorriso e quelle labbra morbide e ben disegnate che si stringevano intorno alla cannuccia, ricordava persino la luce intensa che i suoi occhi emanavano e gli sembravano due piccole stelle.

Sentiva la sua risata allegra echeggiare nelle orecchie e la sua voce sottile e melodiosa.

“…..Elena”.

continua